Laura

Laura è una donna dall’età impossibile da capire, potrebbe avere vent’anni come cinquanta. Le persone come lei non c’è un modo giusto per chiamarle, c’è chi dice subnormali, e quando succede è già tanto.

Laura ha i capelli cortissimi, gli occhiali spessi e non si capisce se sia sorda. A volte i colleghi devono mettersi davanti a lei perché si accorga di loro, altre volte dicono il suo nome da un lato all’altro della sala e lei risponde.

Laura lavora per la cooperativa che fa le pulizie in questa scuola. Ormai è abituata ad arrivare un po’ prima, spesso chi si attarda nelle classi o in segreteria la incontra, uscendo. Lei saluta sempre con quello che crede un sorriso, ricambiata il più delle volte da quel misto di fastidio e imbarazzo di chi inciampa nel diverso e sente nascere in testa pensieri che sa già gli guasteranno il pranzo, o il caffè al bar.

Marco scende con l’ascensore, come fa ogni tanto quando vuol vantarsi di averne le chiavi, che sarebbero riservate a chi non può fare le scale. Marco esce dall’ascensore e lì a fianco c’è Laura, seduta su una delle panchine dell’ingresso. Marco scherza con due amici, fa volare in aria una cosa di metallo, è la chiave dell’ascensore. A un certo punto gli sfugge e casca in terra, rotolando vicino ai piedi di Laura.

Laura raccoglie la chiave, si alza con un po’ di fatica e si trova davanti Marco. Gli dà la chiave. Sei bello, gli dice, con uno sforzo che cerca di non tradire. Che è bello, a Marco l’han detto tante volte, lo sa, ci è abituato. Lui le dice Grazie, si ferma un istante. Poi le dice, piano, Anche tu, e Laura questo non se lo aspettava, il sorriso le cambia in un modo che non si era mai visto, un modo che Marco non può vedere perché è già oltre la porta, in un universo lontano miliardi di anni luce, ma Laura non se ne è neanche accorta: adesso è immobile, lo sguardo verso un luogo dove non sono lo spazzolone e il secchio a riempire le sue giornate, i pensieri non si sa dove vanno, forse sogna, forse vola.

Questo viaggio chiamavamo amore

Quest’anno, questo duemilanove qua che sta per finire, oltre a essere l’anno in cui ho compiuto trent’anni, ho firmato il mio primo vero contratto di lavoro e mi sono rotto i legamenti della caviglia sinistra, è stato un anno che ha preso la mia vita e l’ha rovesciata tante di quelle volte da farle fare due o tre giri completi, e adesso mi sa tanto che sono in quel momento che la centrifuga è finita però la lavatrice ancora non si riesce ad aprire.

(E ti chiedi se l’acchiappacolore avrà funzionato o se avresti fatto meglio a farne due o tre, di lavaggi)

Nell’ultimo anno ho scritto pochissimo. Praticamente niente. Tutte le energie che ho riversato su internet le ho dedicate a un blog che si chiama Spinoza, che è diventato molto seguito, mi ha fatto conoscere un sacco di belle persone e ha vinto anche dei premi. Sono contento. Ma non posso fare a meno di pensare che quelle energie lì avrei potuto dedicarle a cose molto più importanti. A farle, a capirle, a programmarle. Ad ascoltare persone che mi consigliavano di chiedere aiuto. A fare contento qualcuno che contava su di me. A imboccare le vie giuste.

Quasi nessuna di queste cose buone e giuste, invece, è successa. E alla fine il conto arriva sempre. Magari a Natale, quando sei lontanissimo dalle persone a cui vuoi bene, e nella solitudine vacilla anche l’orgoglio che hai sempre messo davanti a tutto il resto, e magari capita che scrivi queste cose un po’ compassionevoli, che attirano tanti Pat pat e ti riconciliano col mondo.

(Ve lo dico prima: niente compassione. A parte farmi malissimo alla caviglia, tutto quel che è successo è successo per effetto di pensieri, parole, opere e omissioni deliberate del sottoscritto. Ognuno è fabbro della sua sconfitta, ognuno merita il suo destino)

E bon, ormai son qua, mi tocca spiegar meglio. Qualche settimana fa, invitato come sempre dall’amico Squonk, ho scritto il Post sotto l’Albero. Era una poesia che avevo in testa da un po’ di tempo, quando pensavo a quel che mi stava succedendo e mi son venuti in testa i primi due versi. Rileggendoli in testa ho sentito che avevano questa cadenza così curiosa, quasi da filastrocca, allora sono andato avanti con quel ritmo lì. Non è venuta granché.

* * *

Tentativo di poesia sdrucciola

C’è il mio nome sul citofono
di una casa che non abito

C’è una crepa nell’intonaco
che avrei sistemato sabato

E il gestore telefonico
pensa ancora che il tuo numero

Sia il contatto assiduo e magico
grazie a cui mi autoricarico

Salutarsi dura un attimo
sono cose che succedono.

* * *

Di questo post avevo fatto anche una seconda parte, che è una foto.

Anche quella mi è venuta in mente pensavo a quel che mi stava succedendo: perché nella mia vita, quando quella storia lì è finita (e anzi, a dir la verità, da un sacco prima) c’era una persona che mi voleva bene e me lo dimostrava nella maniera più bella e grande che poteva esistere: aspettando. Perché io in quei giorni lì non capivo niente, non sapevo se ce la facevo, mi cascavano le cose dalle mani. Però lei c’era, c’è ancora. E insomma due o tre mesi dopo, mentre scrivevo quelle parole sulla pagina del taccuino, insieme a me c’era ancora quella persona lì, che mi guardava, e stava ancora aspettando. E io pensavo a lei, quando scrivevo quel Love? nel secondo taccuino, quello in cima alla pagina bianca. Perché pensavo sarebbe stato amore. Ci credevo. Mancava poco, mancava solo un po’ d’ordine in testa. E nello stomaco, e nel cuore. Lei mi aspettava, io mi aspettavo.

Poi dopo, mentre credevo che il nodo che mi rimbalzava in gola da mesi si fosse sciolto, sono andato a prendere le mie cose che erano rimaste nella casa dove ho vissuto nell’ultimo anno. Avevo rimandato per mesi, per mancanza di tempo e di coraggio. Per la prima volta dopo un bel po’ di tempo ho rivisto la persona alla quale, un secolo prima, avevo detto Io ti sposerò e lei mi aveva detto Sì, e tutti e due, in quel momento, ci credevamo con tutte le forze. Ecco, davanti a me avevo di nuovo quella persona lì. Non so se vi è mai successo. Nella mia vita non ho mai pianto tanto come quella sera. Piangevamo tutti e due.

Il giorno dopo ho scritto queste righe, e poi ho fatto una cazzata grossa.

Un sorriso e queste parole. “Anch’io ti voglio bene, ma non ti amo più”. Scatoloni caricati in macchina. Foto, libri, pentole, sei anni di cose inutili, fatte di aria e improvvisamente pesantissime. Si torna a casa, che poi casa non è più, perché l’unica casa che sentivi di avere è quella da cui te ne stai andando. Gli errori che ti si stampano in testa, ora che sei di fronte alle loro conseguenze. La consapevolezza che non ci saranno ripensamenti. Rendersi conto che è vero e che sta accadendo proprio a te. Qualcuno mi porti da qualche parte, un anno indietro, un anno avanti. Ma non qui, non ora, per favore.

E tutto si è rovesciato, ancora, nella mia testa e fuori. Io mi sentivo come se mi fosse cascato un muro dentro, ma un po’ questa cosa mi aveva fatto bene perché subito dopo ho tirato fuori tutto quel che c’era dietro a quel muro, l’ho scritto, l’ho detto tante volte, che amavo, che amo. Che voglio amare, e non un amare generico, ma amare quella persona lì, da volere solo il suo bene da gridarlo al mondo da togliere il fiato. Solo che era tardi, e lei mi ha risposto che aveva deciso di non aspettare più. Me l’ha detto, e a me il mondo m’è un po’ cascato addosso. Poi dopo qualche giorno dopo son successe altre cose, abbiamo passato un po’ di tempo insieme, stavo bene e ho scritto questa cosa qua:

Ieri sera ero in una macchina con una persona, meno male che non guidavo io perché non facevo altro che guardarla negli occhi. Lei per fortuna guardava la strada, ma ogni tanto faceva dei sorrisi, delle smorfiette che io non capivo più niente, e pensavo che è brutto che le macchine bisogna per forza che ci sia qualcuno che le guidi, mentre in un altro mezzo tipo il tram, ad esempio, ci si possono dare un sacco di baci e non c’è nessun pericolo, se non sei l’autista del tram.

Ed è stato in quei giorni lì che ho capito che per me, quest’anno, è stato un anno tipo le fatiche di Ercole, ma Ercole era uno che le fatiche le faceva e bon, sotto con un’altra, invece io son più il tipo che va bene, magari di fatiche alla fine ce n’è due o tre fatte e finite, poi però c’è una cominciata e piantata lì, una che l’ha scansata, quell’altra ha trovato una scusa tipo darsi malato, altre due Scusate tanto che quella sera lì avrei da fare, e insomma te pensi di aver finito ma le fatiche sono ancora quasi tutte lì, e le persone che credevi ti avrebbero amato per sempre se ne sono andate, e allora devi fare il possibile per tenertele strette, le cose, finché ci sono, e non è una cosa da dire tanto per dire, perché non lo sai mai, se resteranno e quanto dureranno.

Che poi scrivo questo post solo per dire che alla fine quella cosa lì io l’ho capita, perché io, quella ragazza lì, avrei dovuto baciarla davanti a tutti cento milioni di volte, avrei dovuto scriverlo qua dentro: ti amo, ti amo, ti amo. Perché io quella ragazza lì

(scrivo queste cose mentre vado da lei, vado da lei senza aspettarmi niente. Perché adesso tocca a me aspettare. Ma ci credo. Ci credo tantissimo. Perché il mio ostinato ottimismo mi fa pensare che le cose giuste, alla fine, succederanno sempre. E che le cose non possono finire prima di succedere davvero. Questo è un inizio. Non è una fine)

io l’ho amata, senza saperlo, dal primo momento che l’ho vista, quando intorno a noi era tutto sbagliato e senza futuro e le fatiche che servivano per raddrizzare le cose io non le ho sapute fare, e adesso lei mi dice che è troppo tardi e io invece penso che insieme siamo perfetti, che possiamo esserlo davvero e per un sacco di tempo e vivere quelle cose fino in fondo e farci investire da quel fulmine che ti entra in testa e ti scaravolta il cervello che si chiama amore.

Sulla poesia

C’era questo tizio che faceva il volontario alla Croce Verde e raccontava che Alda Merini, la Croce Verde, la chiamava una sera sì e una no. Loro tutte le volte arrivavano a casa sua e lei subito gli chiedeva se avevano delle sigarette, che lei le aveva finite. Poi, siccome le sigarette non ce le avevano, lei gli urlava dietro cose tipo Stronzi! Bastardi! e li mandava via. Loro, i volontari, lo sapevano fin dall’inizio come andava a finire; però le chiamate non potevano ignorarle, quindi ogni volta ci andavano e succedeva così.

E niente, questo è il mio ricordo di Alda Merini, che è morta ieri.

Oggi e domani

Sono alla Blogfest. Se ci siete, ci vediamo lì.

Scusa ma ti voglio sposare

L’altro giorno ero a casa di un amico, ero lì a cena insieme a tanta altra gente, e dopo mangiato eravam lì a far delle chiacchiere in questo soggiorno tutto pieno di librerie, qualcuno stava sulle sedie, qualcuno sul divano (eravamo due donne incinte e io, sul divano) e intanto che parlavamo guardavo i libri che c’erano nelle librerie di questo mio amico, che lui ha fama di essere gran lettore, ma anche uno di gusto, infatti c’erano un sacco di libri di tutti i generi che sembravano anche interessanti, poi a un certo punto m’è caduto l’occhio su Scusa ma ti voglio sposare di Federico Moccia (Rizzoli 24/7, 2009, euro 19,50) che stava lì in mezzo agli altri libri, allora non so bene perché ho sentito il bisogno di toccarlo, questo libro, e mentre nessuno faceva caso a me l’ho preso l’ho aperto e ho cominciato a legger qua e là dei pezzi a caso, ora voi mi dovete credere se io vi dico che quel romanzo lì si è subito palesato ai miei occhi come capolavoro assoluto, che tra l’altro diciannove euro e cinquanta sembran tanti ma se contate che ha 569 pagine, a far la divisione, scoprite che una pagina vi costa solo tre centesimi e mezzo, roba che se lo fotocopiate andate a spendere un sacco di più, per cui ve l’assicuro io, credetemi, è un affare, un capolavoro vale questo e altro, tanto che a un certo punto ho sentito il bisogno di dire Scusatemi un attimo e interrompere la gente nei loro discorsi per leggerne ad alta voce un pezzo che mi sembrava degno di essere sottoposto all’uditorio, pezzo che mi piacerebbe riproporre qui ma non avendo ancora avuto occasione di acquistare questo imperdibile volume non ho la possibilità di citarlo testualmente (perdonatemi), comunque se ho ben capito c’erano due fidanzati a cena con i genitori e avevano appena detto a questi genitori che si volevano sposare, c’era stato un attimo di silenzio, poi il padre aveva detto una cosa tipo “Ma è meraviglioso! Ho da parte una bottiglia che conservavo per le grandi occasioni, aspettatemi che vado subito a prenderla”, ecco, allora a questo punto uno degli amici che ascoltavano tutti interessati la lettura di questa pietra miliare della narrativa contemporanea mi interrompe per dire che gli era appena venuta in mente anche a lui, la volta che aveva detto ai suoi genitori che si sposava, che erano lì a tavola, a un certo punto lui aveva detto “Ci sposiamo” e suo padre gli aveva subito risposto “Perché?”.

Ravenna

Ieri eravam qua in Romagna con uno scrittore emiliano, era venuto a parlare di un suo libro e leggere delle cose, eravam sotto un tendone, non sarà passata neanche mezz’ora, a un certo punto il presentatore dice Bisogna chiudere che son le dieci, adesso comincia il concerto, allora di punto in bianco han salutato tutti e l’incontro è finito lì. Poi siamo usciti, abbiam visto che il concerto era da tutt’altra parte, da lì non lo sentivamo neanche.

Dopo siamo andati con questo scrittore a bere una coca cola, qualcuno doveva cenare, abbiam deciso di prendere una bruschetta da spizzicare tutti quanti, bisognava decidere il gusto. Decidi te, m’han detto, ho preso salsiccia e friarelli, i friarelli non piacevano a nessuno, l’ho mangiata tutta io.

Quando c’è stato da pagare questo scrittore emiliano ha preso la corsa verso la cassa, noi l’abbiamo inseguito ma non c’è stato verso, che noi poi gli abbiam detto Te adesso andrai a dire in giro che in Romagna son della gentaglia che prima ti invitano e poi ti tocca pagargli te la cena a loro, e lui ha risposto Appunto, vuoi metter la soddisfazione.

Dopo è arrivata dell’altra gente, si è seduta al tavolo con noi, eran tutti lì che parlavano di libri, di letteratura, e intanto questo scrittore emiliano mi diceva che secondo lui il Parma quest’anno ha un buon allenatore.

Lo scrittore emiliano poi ha detto anche, e io questa cosa non me l’aspettavo, che gli piace Facebook. Poi ha raccontato che per sbaglio su Facebook aveva messo, visibile a tutti, il suo numero di telefono, che era lì da qualche giorno e doveva ricordarsi di levarlo. Poi ha detto che c’era rimasto male perché comunque non gli aveva telefonato nessuno.

Poi gli ho detto che forse passavo dalle sue parti domenica pomeriggio, lui mi ha detto che quel pomeriggio lì era occupatissimo che doveva andare a vedere L’era glaciale 3, ma se volevo potevo andare anche io.

Intercity

Accompagno un’amica coreana in stazione. La biglietteria automatica non accetta contanti. Due obliteratrici su tre non funzionano. Il treno viene annunciato in ritardo di quindici minuti. Ai binari sono stati montati i nuovi display ma ancora non funzionano, per cui per controllare il ritardo occorre scendere nel sottopassaggio. Scendo nel sottopassaggio. I minuti sono diventati trentacinque. Andiamo al bar del primo binario a prendere un caffè. Quando torniamo i minuti sono sessanta. Poi scendono a cinquantacinque. L’altoparlante annuncia un guasto al treno, che comunque è in arrivo. Poi arriva, stracolmo di gente. Consiglio alla mia amica di trovare un posto dove poggiare la valigia e sedercisi sopra. Lei sale e lo fa. Si sparge la voce che il treno dev’essere riparato e resterà fermo a lungo. In moltissimi scendono. Decido di restare lì e aspettare che parta. Il display annuncia ottanta minuti di ritardo, ma ne sono già passati novanta. L’altoparlante dice che il treno sta per partire e invita tutti a risalire. Le porte di alcuni vagoni sono bloccate dalle troppe persone. Una signora è furiosa e sbraita. “Non mi faccio prendere in giro”, grida al vento mentre risale. Un uomo torna sul treno con la sigaretta accesa, rimproverato dalla moglie. Le porte si chiudono. Il treno riparte con un’ora e quaranta di ritardo. Mentre scendo nel sottopassaggio vedo una donna sui sessant’anni che sale precipitosamente le scale verso il binario ormai deserto. Esco dalla stazione dopo quasi due ore e mezzo. C’è un bel sole.

L’aggitazzione dei blogghe

Tra i blogghe, oggi, c’è grande aggitazzione
poiché – si dice – drento ar Parlamento
so’ ppronti ad approva’ l’emendamento
che vole imbavaja’ l’informazzione.

Si je voi scrive “ladro” o “criminale”
a uno che rubbacchia o fa maneggi,
nun lo poi fa’: bisogna che correggi,
o quello te trascina ar Tribbunale.

E te dirò de ppiù: che tu a quer tizzio
nun je poi grida’ “zozzo” o “scureggione”
nemmanco si t’appesta de scuregge,

“E’ falso!” strillerà, “La legge è legge!
Questa è calunnia, è diffamazione:
aspetta er terzo grado de giudizzio”

Le vite degli altri

Scozzabighi è un ragioniere che lavora all’ufficio postale.

Ogni giorno, di nascosto dai colleghi, Scozzabighi apre una busta tra le mille che gli passano davanti. Non la sceglie mai a caso, ma bada sempre che si tratti di una lettera vera, o almeno una che da fuori ne ha l’aria; una lettera di quelle che cominciano con Caro Giovanni oppure Adorata Lisa, di quelle che se ne mandano sempre meno. Scozzabighi apre la busta con un taglierino, poi quando nessuno guarda va alla fotocopiatrice. Copia tutte le pagine, se ce n’è più d’una, e a volte anche fotografie, poi nasconde i fogli sotto la giacca. Rimette la lettera in una nuova busta, la riaffranca, infine si mette lì con l’altra busta vicino e riscrive l’indirizzo (han sempre l’indirizzo scritto a mano, le lettere che apre) cercando di imitare la calligrafia della busta. Questa cosa di imitare le scritture degli altri in genere gli riesce molto bene e lo diverte moltissimo. Poi rimette la busta nuova in mezzo alle altre.

La sera arriva a casa e mette tutto in un archivio, fatto di raccoglitori ad anelli e buste di plastica, con cui cataloga cronologicamente tutte le lettere. Fa così da sedici anni. Certe sere apre a caso uno dei raccoglitori e tira fuori una lettera, poi si infila a letto e la legge prima di addormentarsi.

Ha le sue preferenze, Scozzabighi: spesso va a cercare la lettera dell’otto settembre novantacinque, quella di una ragazzina che scriveva al suo moroso dell’estate, conosciuto in vacanza a Sirolo. Quando ha voglia di ridere sceglie le più sgrammaticate, oppure quella che lui chiama la lettera dell’avvocato: una minaccia di citazione di cinque pagine, scritte con prosopopea ottocentesca.

Da qualche parte ha anche la lettera di un aspirante suicida, che rivelava a un amico di volerla far finita. Non sa (non ha mai voluto sapere) se si fosse ucciso davvero, ma non ci crede. Chi vuole morire, chi ha già deciso, non chiede di essere salvato.

Un giorno Scozzabighi vede una lettera per una persona che conosce. O meglio, ne ha il sospetto; l’indirizzo gli è sconosciuto, ma il nome e il cognome li conosce bene. Potrebbe anche essere un’altra persona che si chiama così, pensa lui. La fotocopia e resiste alla tentazione di leggerla già in ufficio. Arriva a casa, si toglie il soprabito in fretta, tira fuori la lettera e comincia a leggere. Quella sera non cena, Scozzabighi, e nemmeno va a dormire; arriva l’alba ma lui non se ne accorge, chino sul divano, la testa tra le mani, sembra che pianga.

Socialità tascabile

Da quando esiste Friendfeed ho imparato che ci possono essere vie trasversali, per arrivare alle cose che ti interessano.

(Cos’è Friendfeed? È come sarebbe Facebook, se ci fosse un test d’ingresso)

Tipo che invece di leggere i blog o i feed, uno ogni tanto va su Friendfeed e se in giro per la rete c’è qualcosa di interessante vedrà che i suoi amici son lì che stanno discutendo, poi magari alla discussione partecipa anche qualcuno che tuo amico non è, e tu puoi andar da lui e magari cominciare a seguirlo pure tu, e da quel momento in poi vedrai anche le cose che piacciono a lui, e insomma, si trova un sacco di gente con cui si ogni tanto si fan dei bei discorsi, ogni tanto si dicono cazzate: un po’ come la vita, o come Facebook, per intenderci meglio. Ma con meno foto di gattini.

(Facebook ha un grande pregio: quello di tenermi in contatto con un sacco di gente che manco sa cos’è internet. E ha un difetto altrettanto grande: quello di tenere un sacco di gente che manco sa cos’è internet in contatto con me)

E insomma, star lì su Friendfeed, è bello, perché su Friendfeed ci finiscono tutte le robe che fai, e magari quando ti viene un pensiero lo metti lì e poi la gente lo commenta; ma non è proprio come il blog, è una cosa più veloce del blog, che se te metti un commento sul blog di qualcun altro magari te ne scordi e non ci torni più, su Friendfeed invece la gente ti risponde subito, e quando torni vedi cosa ha risposto, e insomma ti capita di passarci delle ore, che come si suol dire si finisce per far balotta, su questo Friendfeed, e io credo che ci dovreste venire anche voi, su Friendfeed, che va bene che su Facebook c’è il mondo, la chat, gli animaletti da portare a spasso e farli giocar col frisbi, solo che non so voi, Facebook per me è diventato un po’ come la televisione, è il sito dove vado quando non ho voglia di far niente, sono quei siti che rammolliscono, non so come dire.

Tutto questo per giustificare il fatto che su questo blog qua è parecchio che non ci scrivo, con Spinoza che si mangia tutto il tempo, in più il mio momento personale non è che mi invogli a scrivere robe più lunghe di due righe (scusate ma sono al sesto paragrafo e non ci ero più abituato son tutto sudato), però vi volevo dire che io scrivo anche qua, ogni tanto, è già da un po’, anche se non ve l’avevo mai detto, spero che mi vogliate bene lo stesso.