Ultimo minuto

Basta con le sorprese. Quest’anno regalo il libro della Parodi fisso. Ne ho già ordinate 400 copie. Venuto a sapere del consistente ordinativo, l’editore mi ha detto che se voglio posso passare il capodanno a casa della Parodi e Caressa (ovviamente loro non ci sono: vanno a Saint Moritz come ogni anno). Mi sono offeso e ho cambiato libro: Bruno Vespa. Tranne a mio zio. A lui regalo il disco di X-Factor, edizione limitata in vinile. Malgrado il successo della trasmissione, pare ne abbiano vendute solo 3 copie. Una l’ho presa io e le altre due Mogol (una copia da ascoltare, una da tenere lì). Ho scoperto che Mogol possiede tutti i dischi pubblicati nella storia della musica. Gli manca solo il 45 giri di Esatto! di Francesco Salvi (canzone presentata a Sanremo 1989). Se per caso lo avete in casa, telefonategli. È disposto a tutto per averlo. Anche a cedere i diritti d’autore del pezzo Una donna per amico. Un consiglio: al telefono con Mogol siate cortesi e chiedetegli almeno quei 2-3 aneddoti prima di venire al dunque. Lui vi racconterà del suo incontro con Bob Dylan, avvenuto nel 1966 in un hotel di Londra. L’incontro fu organizzato per discutere l’adattamento in italiano di un pezzo del noto cantautore americano. Su questo evento, durato nella realtà 20 minutini scarsi, è in preparazione uno speciale di Rai Uno che andrà in onda nella primavera 2014 (6 prime serate da 180′ ciascuna). Conduce lo stesso Mogol. Ospiti fissi: Roberto Saviano, Gino Paoli e Arisa. Uno crede che gli anziani vadano ancora tutti con la tecnologia di una volta: giradischi, Fiat 500R con doppietta, rasoi monolama eccetera. Mogol a casa ha un impiantone digitale Dolby Surround e ascolta solo album in mp3. Continua a comprare le versioni di vinile solo per non offendere Vincenzo Mollica. Buon Natale a tutti.

Distopie

Ieri sera mi hanno ritirato la patente perché avevo il colesterolo alto.
Tornavo da una grigliata: carne rossa, salsicce, costicine, pancetta. Antipasto con focaccia, formaggi caserecci e salumi vari. Giustamente avendo la macchina non ho bevuto nulla, solo acqua e Coca-Cola.
A metà della strada verso casa mi ferma la stradale.
Accosto e abbasso il finestrino, in faccia la baldanza di chi ha la coscienza a posto.
“Soffi qui dentro” mi dice l’agente. Eseguo.
Il macchinino collegato al boccaglio si illumina, vibra, restituisce sul display numeri che non capisco.
Il volto dell’agente si fa serio.
“Scenda dalla macchina”
“Ci sono problemi?” dico.
“Lei ha il colesterolo a 280″ mi dice lui.
“Come?”
“Due e ottanta. Guardi qui. Oltre i limiti” 
“Limiti? Quali limiti?”
“Favorisca la sua patente, per cortesia”
“No, mi scusi, le ho chiesto: quali limiti?”
“Stia calmo. I limiti di legge. La sua patente è ritirata”
“Ma cosa sta dicendo? Ma io non ho bevuto!”
“E chi ha parlato di bere. Lei ha il colesterolo oltre i limiti consentiti. Se vuole aspettiamo due minuti e ripetiamo il test, ma la macchina non sbaglia”
“Ma scusi, da dove esce questa legge?”
“È uno dei provvedimenti inclusi nel decreto del fare. In vigore da lunedì scorso”
“Ma cosa c’entra il colesterolo con la guida?”
“Colesterolo alto uguale rischio obesità. Gli obesi hanno notoriamente riflessi più lenti. Sono un pericolo per la circolazione”
“Mi scusi eh… ma mi sembra assurdo. Mi sembra una cosa fuori dal mondo”
“È la legge. Non spetta a me giudicare se è giusta o sbagliata. Tantomeno a lei”
“Ho capito, ma io non sono obeso!”
“Non ancora. Ma noi dobbiamo prevenire”
“Ma che prevenire! E poi questi valori sono per via della mangiata di stasera… di solito sto attento, corro, mi alleno. Gioco anche a calcetto”
“Ecco, proprio qui la volevo. Lei prenderebbe un obeso nella sua squadra di calcetto?”
“Prego?”
“Le ho detto, lo prenderebbe? Un obeso, uno di cento chili, lo prenderebbe in squadra?”
“Penso di no, ma cosa c’entra?”
“C’entra tutto. Vede che ho ragione? A calcetto no, però per le strade ad ammazzare la gente sì. E allora facciamo quello che ci pare”
“Ammazzare, adesso, non esageri…”
“Poi tanto se vi viene un infarto paga lo Stato. Ricovero, esami, dottori… e intanto a noi ci levano pure la benzina per i giri di pattuglia. Poi però vi rubano in casa e vi venite a lamentare”
“Adesso la sta facendo un po’ troppo grossa”
“La legge è legge sempre, non solo quando ci fa comodo. E poi cosa sarà, un mese senza patente. Se avesse superato i 300 erano sei mesi, ma fino a 300 sono solo trenta giorni. Passano in fretta. Le è andata bene”
Si mette a compilare un verbale, lentamente. Cala il silenzio.
“Ma allora Maradona?” azzardo dopo un po’. “Lui era grasso”
“Sì, ma pippava”
“Che?”
“Pippava. Quando si è obesi, pippare aiuta”
“Eh, ho capito, ma…”
“Ne vuole? Ne abbiamo un po’ sulla volante”
“Scherza?”
Quando sei di turno il sabato sera non ti passa più. Bisogna aiutarsi in qualche modo”
Si rivolge al collega.
“Gianni, tirala fuori”. Mi guarda.
“Giusto un tiro. Vedrà che è buonissima”.

Cinque minuti dopo.
“Salsicce, eh? Un classico”
“Salsicce e costicine. Tenerissime. Poi del pecorino fatto dal contadino. C’erano anche dei salamini di cinghiale. Favolosi”
“Stia attento con quella roba. Uno pensa che non è niente poi bum, c’è dentro fino al collo”.

Cose che succedono a Giulio

Sono le quattro e trentasei di una notte che sto male e m’è venuto da pensare a Giulio. Scorro la rubrica del cellulare, Giulio è memorizzato solamente con il nome, unico maschio in mezzo a un sacco di Giulie femmine, ho l’istinto di telefonare, premo anche il pulsante di chiamata – un po’ per sbaglio, un po’ no – poi chiudo senza aspettare che la voce registrata mi informi che l’utente non è raggiungibile, anche perché l’eventualità che il telefono squillasse libero mi terrorizzava.

Non mi ricordo quando l’ho conosciuto, Giulio, sono passati sicuramente più di dieci anni, lui era una delle tante persone che ti capita di incontrare di tanto in tanto per caso, sempre nello stesso posto (nel nostro caso, il bar davanti alla segreteria dell’università) e poi non sai com’è che un giorno cominci a scambiar qualche parola e poi diventa un’abitudine. Lui non sembrava ma era più grande di me, cinque o sei anni, lavorava, l’università l’aveva finita da un pezzo. Diventammo una cosa che è dura definire amici, visto che ci vedevamo quasi sempre senza deciderlo, due chiacchiere e via, poi prendemmo a frequentare per un po’ lo stesso giro – fui io a portarmelo dietro, non gli piaceva tanto uscire la sera – e insomma avevamo l’occasione di raccontarci un po’ di cose, cose che oggi non mi ricordo quasi per niente.

Una cosa che ricordo bene di Giulio è che aveva un lavoro che non poteva piacere a nessuno sano di mente, una cosa tipo agente o rappresentante, di quelli che devono procurarsi da soli i contatti, gli appuntamenti eccetera, sempre in giro col sorriso sulle labbra, a incontrare persone sgarbate e disattente. Aveva una zona di competenza, penso piuttosto vasta (ricordo che andava spesso a Genova – me ne parlava sempre bene – e anche Trieste gli piaceva), e passava la maggior parte del tempo in macchina andando o tornando da questi posti. Doveva essere uno bravo, Giulio, uno che te la sapeva raccontare, mi dissero una volta che quando lavorava si trasformava, lui che non parlava quasi mai, gli si illuminavano gli occhi, dovevi starlo a sentire per forza, Giulio, e non è che facesse finta, lui ci credeva proprio, in quel lavoro lì, e riusciva a farselo piacere. Io in realtà non ho idea di come lavorasse Giulio, ma mi piace immaginare che fosse molto bravo: le poche volte che parlavamo del suo lavoro lo vedevo contento e penso lo fosse veramente, contento, o forse era semplicemente un modo entusiasta di accontentarsi, ecco, lui mi ha sempre trasmesso questa immagine, quella di uno che sapeva accontentarsi con entusiasmo, io non conoscevo nessun altro così.

A Giulio, un giorno (anche questa parte me la immagino), lo convocano in una specie di riunione dove c’erano dei capi importanti venuti da fuori, gente che lui aveva visto mezza volta in quattro anni, e dopo un po’ di convenevoli gli dicono che vista la particolare natura del prodotto una persona con la sua immagine mal si integrava con il brand e che per non creare imbarazzo all’azienda era il caso che perdesse qualche chilo, perché uno grasso come lui a fare quel lavoro lì non sarebbe risultato credibile, e insomma lo avrebbero trasferito in ufficio per sei mesi durante i quali era caldamente invitato a “dedicare maggiore attenzione alla propria forma fisica” e poi si sarebbe deciso cosa fare.

Perché Giulio era fatto così, gli piaceva mangiare, e mangiar bene, e quando andava in giro per i paesi si preparava sempre una lista di posti dove pranzare e cenare, poi anche a distanza di anni se li ricordava tutti e se andavi in vacanza potevi star sicuro che Giulio c’era già stato e ti avrebbe consigliato un ristorante che non si sbagliava, a Giulio piaceva andare in giro e fu per questo che i mesi di ufficio gli passarono malissimo, me lo immagino che ogni tanto si alzava e si faceva tutti i corridoi girando in tondo, gli pesava proprio stare alla scrivania a controllare i rapporti e i rimborsi spese dei colleghi, gente che faceva le cose che fino a ieri faceva anche lui, e questa cosa di sicuro lo rendeva molto triste perché lui quelle cose le faceva meglio, e lo sapeva, e lo sapevano tutti, ma cosa vuoi, i capi han deciso così, avrà forse raccontato a qualche amico (non a me) con quel suo tono disilluso e volenteroso insieme, il tono di chi era abituato a dire: bon, facciamo anche questa.

Ma comunque mica si perse d’animo, Giulio, ricordo che un sabato pomeriggio mi chiamò e mi chiese se andavo ancora a correre, io gli dissi di sì, e fu quello il periodo – un anno, più o meno – in cui ci vedevamo più spesso, lui la buona volontà ce la metteva e qualcosina riusciva pian piano a limare, certo che la scrivania e l’immobilismo forzato non lo aiutavano, si era anche comprato dei pesetti e qualche attrezzo per riuscire a fare un po’ di esercizi anche in ufficio, e insomma in quell’anno arrivò a perdere una quindicina di chili, aveva imparato a regolarsi nel mangiare e si vedeva proprio che stava meglio, non che fosse diventato magro (non lo sarebbe diventato mai, magro) ma almeno si era un bel po’ asciugato, per così dire, e posso solo immaginare cosa avrà pensato la volta che lo chiamarono e lui pensava che lo facevano per congratularsi e ridargli il suo posto e invece gli parlarono di contingenze che imponevano decisioni e che il comparto segreteria e amministrazione sarebbe stato ridimensionato, e lui lì avrà provato a dire che quello lì non era mica il suo comparto, che ce lo avevano messo loro, lì, ma niente, avevano tirato una riga e il suo nome era lì sotto, cosa vuoi stare a far storie, lui che era così bravo a convincere la gente, quella volta non riuscì a dire niente.

Quella sera lì fu la prima volta, forse l’unica, che lo vidi stare veramente male. Per una settimana o due non venne a correre, poi riapparve e mi sorpresi molto nel vedere che la voglia non gli era passata, anzi sembrava averne più di prima. Io avrei presto cambiato lavoro e città, stavo per cominciare una cosa nuova e avevo l’entusiasmo a mille, entusiasmo che davanti a lui cercavo di nascondere, ma invece era lui che mi faceva domande, che mi spronava, che mi diceva Bello, son proprio contento, grande e si vedeva davvero che era contento per me, forse lo faceva per non pensare a quel mese scarso di contratto che gli restava e poi boh.

Poi sono partito e ho fatto le mie cose. L’ho rivisto sei, sette mesi dopo: io ero in macchina, ero tornato a trovare i miei, e l’ho visto che correva sulla pista pedonale accanto al viale che porta all’ipercoop, lo stesso tratto che facevamo di solito. Avevo detto che non sarebbe diventato mai magro, be’, era magro, tanto che finché non gli son stato accanto, rallentando perché quell’andatura mi ricordava qualcuno, non l’avevo riconosciuto. Mi son fermato, son sceso, lui si è fermato e io ho detto solo Accidenti, poi abbiamo fatto due chiacchiere, lui sorrideva molto, mi disse che era tornato all’università e avrebbe cominciato presto un dottorato, che non era facile ma che si andava avanti, io un po’ timido gli dissi che le cose mi stavano andando molto bene, lui sempre sorridendo mi rispose Lo so, aveva visto delle mie cose sul giornale e anche in televisione, c’era una trasmissione dove mi avevano intervistato, era andata in onda di notte e credevo non l’avesse vista nessuno, lui l’aveva vista.

Non ho idea di quanti chili avesse perso, ma vi assicuro che era impressionante. Se nell’anno precedente era riuscito a perderne una quindicina, in quei sei mesi ne erano spariti almeno due volte tanto. Troppo, veramente troppo, anche facendo tutto lo sport del mondo. Glielo dissi, che non doveva esagerare, ma lui mi disse che stava bene così, che si sentiva bene, e in effetti era vero: sarebbe sembrato un ragazzo normalissimo, magro e in piena salute, a chi lo avesse visto per la prima volta. Lo vidi, come al solito, contento; così non dissi altro. Sbagliai.

Ci rivedemmo qualche mese dopo. Indossava una tuta molto larga, mi pareva ancora più magro. Io avevo le stampelle – cose di legamenti – e lui mi disse che aveva avuto, da ragazzino, un infortunio simile al mio e conservava ancora tutti gli arnesi per la riabilitazione. Insistette per prestarmeli e io gli dissi di sì, volentieri, visto che erano attrezzi specifici e costosi e me li sarei dovuti comprare comunque di lì a poco. Il giorno dopo andai a prenderli. Non avevo mai visto casa sua. Mi accolse sua mamma, Giulio abitava con lei e io fui in qualche modo sollevato dal sapere che non era solo. Mi fece un gran saluto, mi disse che Giulio le parlava spesso di me. Poi lui scese le scale, portando un grosso sacchetto di plastica con tutto quel che mi occorreva. Vuoi bere qualcosa, siediti. No, grazie, ho un po’ di fretta, scusami.

Nei mesi successivi ci scambiammo qualche mail. Era sempre lui il primo a scrivermi: mi chiedeva come andava e io glielo raccontavo, lui non diceva quasi nulla di sé. Quando gli chiedevo come stava, bene, benissimo, rispondeva sempre.

Nell’ultimo messaggio mi disse che aveva bisogno degli attrezzi, quelli per la riabilitazione, e si raccomandava di restituirglieli al più presto. Lessi quel messaggio in un internet point argentino (ero in vacanza) e ricordo che cominciai a rispondergli, forse credetti di avergli risposto, ma le due righe che scrissi furono inghiottite dalla cartella bozze e mai spedite.

Due mesi dopo mi hanno telefonato che Giulio era morto.

Ma cosa è successo, chiesi, e mi dissero che in pratica si era lasciato morire di inedia, non mangiava da settimane, finché poteva aveva fatto finta di niente poi erano iniziati gli svenimenti e tutto il resto e poi lo avevano ricoverato e avevano scoperto che era devastato, nemmeno quaranta chili, pesava, si era chiuso in casa da mesi, non parlava con nessuno, quei pochi che ci avevano provato non ce l’avevano fatta. Ma sua mamma? chiesi. Eh, cosa ti devo dire, non lo so.

Dopo quella telefonata son andato a cercare la sua mail, quella di due mesi prima, quella in cui mi chiedeva indietro le cose per la riabilitazione. Fino a quel giorno mi era completamente passata di mente (e infatti gli attrezzi erano ancora lì, sullo scaffale del corridoio, nello stesso sacchetto di plastica). La lessi parola per parola, tante volte: un ciao e poche parole di circostanza, senza l’ombra di una richiesta di aiuto, nemmeno tra le righe. Nulla che avrebbe potuto far pensare, far presagire, far temere. Mi vergogno a dire che ne fui sollevato.

Sono andato a cercare la mia risposta, che immaginavo dello stesso tono. Volevo sapere quali fossero le ultime cose che gli avevo scritto. Mi accorsi che non gli avevo mai risposto. C’erano due righe, una bozza interrotta a metà e mai spedita.

Sono andato a letto, ma non ho dormito. Ho passato la notte a immaginare la vita di Giulio, i tanti pezzi che mi mancavano, il fatto che non sapessi quasi nulla di lui, come chissà quanta altra gente, forse tutta la gente.

In mezzo a queste cose ho pensato, come avrebbe fatto chiunque, pensieri banali; ho pensato che sono una persona che non sa nulla delle altre persone e che il mio mondo è fatto di persone che non sanno nulla di me, persone che andranno avanti a vivere anche quando sparirò, senza un briciolo di senso di colpa o di imbarazzo per essere rimaste, esattamente come me, adesso che son quasi le otto e non so perché ho voluto scrivere questa storia proprio ora, forse per star meglio, forse per liberarmene, forse perché dovevo, oggi che è passato un anno e come allora non ho dormito tutta la notte, inventerò una scusa per non andare al lavoro, dirò che sto male e non sarà una bugia, in fin dei conti.

Questa è una storia vera, anche se ho inventato tante cose. Giulio non si chiamava Giulio; ma non credo importi.

Relatività

Oggi ho fatto tre riflessioni molto complete.
Vediamole insieme:

1. Il vero problema del mondo è che anche i cattivi, sono convinti di essere i buoni.

2. Siamo tutti gli stronzi di qualcun altro.

(La terza la tengo per me, mi sa che a questo punto deluderebbe le aspettative, trattandosi di due-tre paginette di considerazioni sul fuorigioco passivo)

Poesia di non amore

T’amo
di un amore passabile,
che se fosse vento spegnerebbe in una passata mezza dozzina di cerini,
a patto di averli accesi un po’ bagnati,
di quell’amore che non sorridi se ci pensi,
anzi ti viene da dar dei colpi di tosse
anche un po’ malsana, e catarrosa,
quell’amore che ripensarci è come riaprire
il diario di scuola
di quando avevi sedici anni, e ti detestavi
e lo rileggi e pensi: meno male,
di un amore che somiglia a un amore passato, un po’ rancido
come certe fotografie che ti dici sempre domani le cancello, e invece
di un amore che fa paura quanto era grande
e adesso invece è piccolo che lo puoi tenere tra due dita e rigirarlo
nascostamente, con un po’ di schifo
come se te lo fossi tolto dal naso
ti amo di un amore che è come un autobus perso per poco
ma di quegli autobus notturni
che puzzano un po’ di piscio, alle volte
che nemmeno ti dispiace, in fondo
e pensi
aspetterò il prossimo
intanto cammino un po’.

Poesia d’amore

Non ti amo, no,
non sei te, la persona giusta
che poi forse neanche c’è, la persona giusta
e non stiamo qui a raccontarcela, dai, che se ci pensi bene neanche te mi hai mai amato,
che se mi avessi amato davvero, ora non la starei scrivendo questa poesia
che dice Non ti amo,
che è una frase che mi hai detto tante volte, te, Non ti amo
e io dovrei farmene una ragione, dici,
che i mesi passano, è meglio che vai avanti
elaborare il lutto, dicono

I lutti, ce ne son di due tipi:
i lutti che uno muore, ciao, e lì non c’è un cazzo da fare,
e i lutti che sei tu, nella tua testa, che devi ammazzare una persona
che invece esiste, cammina, vive
respira
scopa, anche, magari anche bene,
insomma sta sul tuo stesso pianeta, che è intollerabile
specie quando sei sicuro che quella lì è la persona della tua vita, quella giusta
e ogni secondo passato a star lontani
è uno spreco di perfezione
e quindi niente, questa persona qua è viva, lutto un paio di palle
e tu la vorresti accanto nei tuoi giorni belli, e meno belli
e farle capire che con te potrà essere sempre se stessa
e prendere le sue paure e farle piccoline
e dirle le cose senza bisogno di dirle
e tenerla per mano tutta la vita

Te

Tutto questo, se ti amassi, ovviamente
ma non ti amo

Non ti amo, non ti amo
son bravissimo, l’ho ripetuto trenta volte, oggi, davanti allo specchio
e magari uno di questi giorni finirò pure per crederci
e ignorarti farà meno male

Un inizio

Nuove figure professionali: spiegatore di digitale terrestre a uomini anziani. Mi offro a ottanta euro l’ora. E comunque a conti fatti conviene buttar via il televisore e prenderlo nuovo. Televisori dismessi ancora belli: che farne? Tavola rotonda domani, ore 19, bar della stazione di Cesena. La cittadinanza è invitata. E comunque la fotografia non è un’arte e non lo è mai stata: altrimenti possiamo considerare arte anche le lasagne, la pedicure, l’inversione a u, il calcio di punizione a girare. Pensare di fondare un talebanesimo delle arti che riconosca come arte solo le discipline classiche: architettura, musica, pittura, scultura, poesia, danza. Su cinema e teatro si può discutere. La fotografia non è un’arte punto e basta: la letteratura di sicuro lo era, adesso ho i miei dubbi, sarà che non sopporto tutta questa gente che scrive. Sul digitale terrestre a dire il vero gli anziani sono più informati di me: ieri ero dalla zia di mia madre (ottantasei anni) e le dicevo “guarda per accendere si pigia qui, dove c’è la lucina” e lei “sì ma l’ingresso usb legge i divx?”. Poi ha aggiunto “ma come sei cresciuto” per non umiliarmi. C’è un mio amico che ha scritto un romanzo per una casa editrice che non avevo mai sentito nominare, mi è arrivato l’invito alla presentazione. Son andato a vedere il sito della casa editrice: non ce n’era mica traccia, del suo romanzo. Non ho capito se per scriverlo l’han pagato o se ha pagato lui. Il libro costa venti euro. Sul risvolto di copertina c’è la sua foto con il viso appoggiato alla mano e l’aria pensierosa. Secondo me ha pagato lui. Che poi questo mio amico ha fatto l’evento su Facebook per la presentazione del suo libro, ci ha scritto dentro “importantissimo evento culturale” ed era serio, e io non lo so, essere amico di uno che scrive una cosa così, io non me la sento. Che poi questo mio amico è uno che gli piacciono i motori, uno di quelli che vanno al motor show, io il motor show una volta ho scritto su internet che se dal mondo elimini quelli che vanno al motor show, diventa un posto migliore, e quasi tutti pensavano che scherzassi. Il decoder che ho comprato per i miei genitori non funziona, forse c’è un problema con i cavi, forse il segnale non arriva giusto. Mi sa che alla fine se la comprano davvero, la televisione nuova. Quella tv, quella della cucina, ci son affezionato, l’abbiam presa nel novanta, prima dell’estate, la primissima cosa che abbiam guardato su quella tv è una partita dei mondiali. Sarà che ero contento che c’era la televisione a colori anche in cucina, sarà che avevo undici anni, ma io i mondiali del novanta me li ricordo tutti: la formazione della Cecoslovacchia, il portiere del Costarica, il Camerun. E invece mi chiedi con chi ho parlato al telefono ieri, o dove mi han detto che devo andare, non mi ricordo mica. Chissà cosa vuol dire sta cosa, che nella testa le cose vecchie rimangono e quelle nuove non c’è verso di fargliele entrare, magari capita a tutti da una certa età in poi, io son sempre un po’ ipocondriaco e a volte, prima di dormire, mi vien la paura di averci delle cose incurabili nella testa o altrove e allora immagino di avere pochissimo tempo da vivere, che è una paura che se la metti a fuoco ti annichilisce, poi quando mi sveglio in genere mi passa, però come pensiero questa cosa di dover morire presto quando viene è fortissima, allora nei momenti prima del sonno immagino cosa farei, le persone a cui lo direi, provo a immaginare se sarei uno di quelli che riescono a ridere e scherzare fino all’ultimo. Penso di no. Oggi sono andato dal dottore e dall’elettrauto, il dottore mi ha dato due tipi diversi di pastiglie, io son arrivato a casa e mi son dimenticato quale dovevo prendere la sera e quale la mattina dopo colazione. Perché poi mi son distratto, uscendo dal dottore ho incontrato un’amica di mia mamma, mi ha raccontato le cose che ha fatto suo figlio, che si sposa, vive qua, lavora là. Poi mi ha chiesto se mi son laureato, vero?, me lo ha chiesto così, col vero? alla fine, io le ho detto no, lei si è dispiaciuta molto, io poi mi son sentito in dovere di dirle che sto bene, faccio le cose che mi piacciono, son contento così, ma lei non era mica convinta. A me architettura piaceva, io ho dato tutti gli esami di architettura, è solo che non voglio far l’architetto. Però mi ha insegnato delle cose, cose che magari non userò mai nella vita e che saperle non mi servirà mai a niente, però son contento che le so, a volte senti della gente che parla di architettura e non sa niente, ti viene il nervoso e ti verrebbe da dire qualcosa, ma come si fa? Intervenire nei discorsi della gente è maleducazione, però è una cosa che a volte ci vorrebbe proprio e io mi trattengo di continuo, perché la gente in generale non sa niente, e alle volte quando vado nei treni mi prende lo sconforto, ascoltare i discorsi che fa la gente, mi insegna tante cose ma mi mette anche addosso lo sconforto, ascoltare certe robe che dice in giro la gente, ma cosa deve fare uno anche se sente la gente che dicono delle cavolate? Sta zitto, cosa vuoi che faccia. Una cosa ad esempio che sapevo (ne parlavano qualche sera fa, al telegiornale) è che le statue antiche, quelle che gli mancano le mani o i piedi o altro, non va bene riattaccarci delle mani nuove, o i piedi nuovi, o altro, devi lasciarle così. Al limite puoi fargliele, delle mani da attaccarci al posto di quelle vecchie, ma devono essere diverse dal resto della statua, diverse abbastanza da far capire a uno che le guarda che son lì giusto per tappare i buchi, non sono veri pezzi di quella statua, bisogna che la statua faccia mostra delle sue ferite, le mancanze accumulate nel tempo, non vale fare delle robe finte che non si distinguano da quelle vere, anche se tecnicamente si potrebbe fare, e si potrebbe fare talmente bene da ingannare anche l’occhio più esperto: però non si fa, non si fa perché non vale, perché i pezzi che mancano raccontano la statua, la sua storia, esattamente come quelli che sono rimasti, perché nessuno oggi concepirebbe una venere di milo con le braccia, o la sfinge col naso tutto intero, e ci vuole un attimo a rendersi conto che paradossalmente, di queste statue qui, le parti che nessuno ha mai visto son diventate le più famose, come a dire che le cose non sono soltanto quel che sono ma anche quello che han perso per strada, tipo la torre pendente che non doveva pendere, ma se non pendeva, magari, chissà chi se la filava. Poi da questo discorso ne partiva un altro sui buchi delle persone, un discorso che ce l’ho tutto in testa che potrei scriverlo in due secondi, ma non voglio mica fare qua, perché i miei buchi io ho deciso che li tengo nascosti, ci metto i cappotti e i tabarri, sui miei buchi personali. E penso che te adesso sei diventata grande, e in quel buco che hai lasciato forse non ci entreresti più. Alla fine il decoder ai miei genitori l’ho comprato, funzionare funziona, solo che non si vedono i canali.

Laura

Laura è una donna dall’età impossibile da capire, potrebbe avere vent’anni come cinquanta. Le persone come lei non c’è un modo giusto per chiamarle, c’è chi dice subnormali, e quando succede è già tanto.

Laura ha i capelli cortissimi, gli occhiali spessi e non si capisce se sia sorda. A volte i colleghi devono mettersi davanti a lei perché si accorga di loro, altre volte dicono il suo nome da un lato all’altro della sala e lei risponde.

Laura lavora per la cooperativa che fa le pulizie in questa scuola. Ormai è abituata ad arrivare un po’ prima, spesso chi si attarda nelle classi o in segreteria la incontra, uscendo. Lei saluta sempre con quello che crede un sorriso, ricambiata il più delle volte da quel misto di fastidio e imbarazzo di chi inciampa nel diverso e sente nascere in testa pensieri che sa già gli guasteranno il pranzo, o il caffè al bar.

Marco scende con l’ascensore, come fa ogni tanto quando vuol vantarsi di averne le chiavi, che sarebbero riservate a chi non può fare le scale. Marco esce dall’ascensore e lì a fianco c’è Laura, seduta su una delle panchine dell’ingresso. Marco scherza con due amici, fa volare in aria una cosa di metallo, è la chiave dell’ascensore. A un certo punto gli sfugge e casca in terra, rotolando vicino ai piedi di Laura.

Laura raccoglie la chiave, si alza con un po’ di fatica e si trova davanti Marco. Gli dà la chiave. Sei bello, gli dice, con uno sforzo che cerca di non tradire. Che è bello, a Marco l’han detto tante volte, lo sa, ci è abituato. Lui le dice Grazie, si ferma un istante. Poi le dice, piano, Anche tu, e Laura questo non se lo aspettava, il sorriso le cambia in un modo che non si era mai visto, un modo che Marco non può vedere perché è già oltre la porta, in un universo lontano miliardi di anni luce, ma Laura non se ne è neanche accorta: adesso è immobile, lo sguardo verso un luogo dove non sono lo spazzolone e il secchio a riempire le sue giornate, i pensieri non si sa dove vanno, forse sogna, forse vola.

Questo viaggio chiamavamo amore

Quest’anno, questo duemilanove qua che sta per finire, oltre a essere l’anno in cui ho compiuto trent’anni, ho firmato il mio primo vero contratto di lavoro e mi sono rotto i legamenti della caviglia sinistra, è stato un anno che ha preso la mia vita e l’ha rovesciata tante di quelle volte da farle fare due o tre giri completi, e adesso mi sa tanto che sono in quel momento che la centrifuga è finita però la lavatrice ancora non si riesce ad aprire.

(E ti chiedi se l’acchiappacolore avrà funzionato o se avresti fatto meglio a farne due o tre, di lavaggi)

Nell’ultimo anno ho scritto pochissimo. Praticamente niente. Tutte le energie che ho riversato su internet le ho dedicate a un blog che si chiama Spinoza, che è diventato molto seguito, mi ha fatto conoscere un sacco di belle persone e ha vinto anche dei premi. Sono contento. Ma non posso fare a meno di pensare che quelle energie lì avrei potuto dedicarle a cose molto più importanti. A farle, a capirle, a programmarle. Ad ascoltare persone che mi consigliavano di chiedere aiuto. A fare contento qualcuno che contava su di me. A imboccare le vie giuste.

Quasi nessuna di queste cose buone e giuste, invece, è successa. E alla fine il conto arriva sempre. Magari a Natale, quando sei lontanissimo dalle persone a cui vuoi bene, e nella solitudine vacilla anche l’orgoglio che hai sempre messo davanti a tutto il resto, e magari capita che scrivi queste cose un po’ compassionevoli, che attirano tanti Pat pat e ti riconciliano col mondo.

(Ve lo dico prima: niente compassione. A parte farmi malissimo alla caviglia, tutto quel che è successo è successo per effetto di pensieri, parole, opere e omissioni deliberate del sottoscritto. Ognuno è fabbro della sua sconfitta, ognuno merita il suo destino)

E bon, ormai son qua, mi tocca spiegar meglio. Qualche settimana fa, invitato come sempre dall’amico Squonk, ho scritto il Post sotto l’Albero. Era una poesia che avevo in testa da un po’ di tempo, quando pensavo a quel che mi stava succedendo e mi son venuti in testa i primi due versi. Rileggendoli in testa ho sentito che avevano questa cadenza così curiosa, quasi da filastrocca, allora sono andato avanti con quel ritmo lì. Non è venuta granché.

* * *

Tentativo di poesia sdrucciola

C’è il mio nome sul citofono
di una casa che non abito

C’è una crepa nell’intonaco
che avrei sistemato sabato

E il gestore telefonico
pensa ancora che il tuo numero

Sia il contatto assiduo e magico
grazie a cui mi autoricarico

Salutarsi dura un attimo
sono cose che succedono.

* * *

Di questo post avevo fatto anche una seconda parte, che è una foto.

Anche quella mi è venuta in mente pensavo a quel che mi stava succedendo: perché nella mia vita, quando quella storia lì è finita (e anzi, a dir la verità, da un sacco prima) c’era una persona che mi voleva bene e me lo dimostrava nella maniera più bella e grande che poteva esistere: aspettando. Perché io in quei giorni lì non capivo niente, non sapevo se ce la facevo, mi cascavano le cose dalle mani. Però lei c’era, c’è ancora. E insomma due o tre mesi dopo, mentre scrivevo quelle parole sulla pagina del taccuino, insieme a me c’era ancora quella persona lì, che mi guardava, e stava ancora aspettando. E io pensavo a lei, quando scrivevo quel Love? nel secondo taccuino, quello in cima alla pagina bianca. Perché pensavo sarebbe stato amore. Ci credevo. Mancava poco, mancava solo un po’ d’ordine in testa. E nello stomaco, e nel cuore. Lei mi aspettava, io mi aspettavo.

Poi dopo, mentre credevo che il nodo che mi rimbalzava in gola da mesi si fosse sciolto, sono andato a prendere le mie cose che erano rimaste nella casa dove ho vissuto nell’ultimo anno. Avevo rimandato per mesi, per mancanza di tempo e di coraggio. Per la prima volta dopo un bel po’ di tempo ho rivisto la persona alla quale, un secolo prima, avevo detto Io ti sposerò e lei mi aveva detto Sì, e tutti e due, in quel momento, ci credevamo con tutte le forze. Ecco, davanti a me avevo di nuovo quella persona lì. Non so se vi è mai successo. Nella mia vita non ho mai pianto tanto come quella sera. Piangevamo tutti e due.

Il giorno dopo ho scritto queste righe, e poi ho fatto una cazzata grossa.

Un sorriso e queste parole. “Anch’io ti voglio bene, ma non ti amo più”. Scatoloni caricati in macchina. Foto, libri, pentole, sei anni di cose inutili, fatte di aria e improvvisamente pesantissime. Si torna a casa, che poi casa non è più, perché l’unica casa che sentivi di avere è quella da cui te ne stai andando. Gli errori che ti si stampano in testa, ora che sei di fronte alle loro conseguenze. La consapevolezza che non ci saranno ripensamenti. Rendersi conto che è vero e che sta accadendo proprio a te. Qualcuno mi porti da qualche parte, un anno indietro, un anno avanti. Ma non qui, non ora, per favore.

E tutto si è rovesciato, ancora, nella mia testa e fuori. Io mi sentivo come se mi fosse cascato un muro dentro, ma un po’ questa cosa mi aveva fatto bene perché subito dopo ho tirato fuori tutto quel che c’era dietro a quel muro, l’ho scritto, l’ho detto tante volte, che amavo, che amo. Che voglio amare, e non un amare generico, ma amare quella persona lì, da volere solo il suo bene da gridarlo al mondo da togliere il fiato. Solo che era tardi, e lei mi ha risposto che aveva deciso di non aspettare più. Me l’ha detto, e a me il mondo m’è un po’ cascato addosso. Poi dopo qualche giorno dopo son successe altre cose, abbiamo passato un po’ di tempo insieme, stavo bene e ho scritto questa cosa qua:

Ieri sera ero in una macchina con una persona, meno male che non guidavo io perché non facevo altro che guardarla negli occhi. Lei per fortuna guardava la strada, ma ogni tanto faceva dei sorrisi, delle smorfiette che io non capivo più niente, e pensavo che è brutto che le macchine bisogna per forza che ci sia qualcuno che le guidi, mentre in un altro mezzo tipo il tram, ad esempio, ci si possono dare un sacco di baci e non c’è nessun pericolo, se non sei l’autista del tram.

Ed è stato in quei giorni lì che ho capito che per me, quest’anno, è stato un anno tipo le fatiche di Ercole, ma Ercole era uno che le fatiche le faceva e bon, sotto con un’altra, invece io son più il tipo che va bene, magari di fatiche alla fine ce n’è due o tre fatte e finite, poi però c’è una cominciata e piantata lì, una che l’ha scansata, quell’altra ha trovato una scusa tipo darsi malato, altre due Scusate tanto che quella sera lì avrei da fare, e insomma te pensi di aver finito ma le fatiche sono ancora quasi tutte lì, e le persone che credevi ti avrebbero amato per sempre se ne sono andate, e allora devi fare il possibile per tenertele strette, le cose, finché ci sono, e non è una cosa da dire tanto per dire, perché non lo sai mai, se resteranno e quanto dureranno.

Che poi scrivo questo post solo per dire che alla fine quella cosa lì io l’ho capita, perché io, quella ragazza lì, avrei dovuto baciarla davanti a tutti cento milioni di volte, avrei dovuto scriverlo qua dentro: ti amo, ti amo, ti amo. Perché io quella ragazza lì

(scrivo queste cose mentre vado da lei, vado da lei senza aspettarmi niente. Perché adesso tocca a me aspettare. Ma ci credo. Ci credo tantissimo. Perché il mio ostinato ottimismo mi fa pensare che le cose giuste, alla fine, succederanno sempre. E che le cose non possono finire prima di succedere davvero. Questo è un inizio. Non è una fine)

io l’ho amata, senza saperlo, dal primo momento che l’ho vista, quando intorno a noi era tutto sbagliato e senza futuro e le fatiche che servivano per raddrizzare le cose io non le ho sapute fare, e adesso lei mi dice che è troppo tardi e io invece penso che insieme siamo perfetti, che possiamo esserlo davvero e per un sacco di tempo e vivere quelle cose fino in fondo e farci investire da quel fulmine che ti entra in testa e ti scaravolta il cervello che si chiama amore.

Sulla poesia

C’era questo tizio che faceva il volontario alla Croce Verde e raccontava che Alda Merini, la Croce Verde, la chiamava una sera sì e una no. Loro tutte le volte arrivavano a casa sua e lei subito gli chiedeva se avevano delle sigarette, che lei le aveva finite. Poi, siccome le sigarette non ce le avevano, lei gli urlava dietro cose tipo Stronzi! Bastardi! e li mandava via. Loro, i volontari, lo sapevano fin dall’inizio come andava a finire; però le chiamate non potevano ignorarle, quindi ogni volta ci andavano e succedeva così.

E niente, questo è il mio ricordo di Alda Merini, che è morta ieri.

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