Cose che succedono a Giulio
Sono le quattro e trentasei di una notte che sto male e m’è venuto da pensare a Giulio. Scorro la rubrica del cellulare, Giulio è memorizzato solamente con il nome, unico maschio in mezzo a un sacco di Giulie femmine, ho l’istinto di telefonare, premo anche il pulsante di chiamata – un po’ per sbaglio, un po’ no – poi chiudo senza aspettare che la voce registrata mi informi che l’utente non è raggiungibile, anche perché l’eventualità che il telefono squillasse libero mi terrorizzava.
Non mi ricordo quando l’ho conosciuto, Giulio, sono passati sicuramente più di dieci anni, lui era una delle tante persone che ti capita di incontrare di tanto in tanto per caso, sempre nello stesso posto (nel nostro caso, il bar davanti alla segreteria dell’università ) e poi non sai com’è che un giorno cominci a scambiar qualche parola e poi diventa un’abitudine. Lui non sembrava ma era più grande di me, cinque o sei anni, lavorava, l’università l’aveva finita da un pezzo. Diventammo una cosa che è dura definire amici, visto che ci vedevamo quasi sempre senza deciderlo, due chiacchiere e via, poi prendemmo a frequentare per un po’ lo stesso giro – fui io a portarmelo dietro, non gli piaceva tanto uscire la sera – e insomma avevamo l’occasione di raccontarci un po’ di cose, cose che oggi non mi ricordo quasi per niente.
Una cosa che ricordo bene di Giulio è che aveva un lavoro che non poteva piacere a nessuno sano di mente, una cosa tipo agente o rappresentante, di quelli che devono procurarsi da soli i contatti, gli appuntamenti eccetera, sempre in giro col sorriso sulle labbra, a incontrare persone sgarbate e disattente. Aveva una zona di competenza, penso piuttosto vasta (ricordo che andava spesso a Genova – me ne parlava sempre bene – e anche Trieste gli piaceva), e passava la maggior parte del tempo in macchina andando o tornando da questi posti. Doveva essere uno bravo, Giulio, uno che te la sapeva raccontare, mi dissero una volta che quando lavorava si trasformava, lui che non parlava quasi mai, gli si illuminavano gli occhi, dovevi starlo a sentire per forza, Giulio, e non è che facesse finta, lui ci credeva proprio, in quel lavoro lì, e riusciva a farselo piacere. Io in realtà non ho idea di come lavorasse Giulio, ma mi piace immaginare che fosse molto bravo: le poche volte che parlavamo del suo lavoro lo vedevo contento e penso lo fosse veramente, contento, o forse era semplicemente un modo entusiasta di accontentarsi, ecco, lui mi ha sempre trasmesso questa immagine, quella di uno che sapeva accontentarsi con entusiasmo, io non conoscevo nessun altro così.
A Giulio, un giorno (anche questa parte me la immagino), lo convocano in una specie di riunione dove c’erano dei capi importanti venuti da fuori, gente che lui aveva visto mezza volta in quattro anni, e dopo un po’ di convenevoli gli dicono che vista la particolare natura del prodotto una persona con la sua immagine mal si integrava con il brand e che per non creare imbarazzo all’azienda era il caso che perdesse qualche chilo, perché uno grasso come lui a fare quel lavoro lì non sarebbe risultato credibile, e insomma lo avrebbero trasferito in ufficio per sei mesi durante i quali era caldamente invitato a “dedicare maggiore attenzione alla propria forma fisica” e poi si sarebbe deciso cosa fare.
Perché Giulio era fatto così, gli piaceva mangiare, e mangiar bene, e quando andava in giro per i paesi si preparava sempre una lista di posti dove pranzare e cenare, poi anche a distanza di anni se li ricordava tutti e se andavi in vacanza potevi star sicuro che Giulio c’era già stato e ti avrebbe consigliato un ristorante che non si sbagliava, a Giulio piaceva andare in giro e fu per questo che i mesi di ufficio gli passarono malissimo, me lo immagino che ogni tanto si alzava e si faceva tutti i corridoi girando in tondo, gli pesava proprio stare alla scrivania a controllare i rapporti e i rimborsi spese dei colleghi, gente che faceva le cose che fino a ieri faceva anche lui, e questa cosa di sicuro lo rendeva molto triste perché lui quelle cose le faceva meglio, e lo sapeva, e lo sapevano tutti, ma cosa vuoi, i capi han deciso così, avrà forse raccontato a qualche amico (non a me) con quel suo tono disilluso e volenteroso insieme, il tono di chi era abituato a dire: bon, facciamo anche questa.
Ma comunque mica si perse d’animo, Giulio, ricordo che un sabato pomeriggio mi chiamò e mi chiese se andavo ancora a correre, io gli dissi di sì, e fu quello il periodo – un anno, più o meno – in cui ci vedevamo più spesso, lui la buona volontà ce la metteva e qualcosina riusciva pian piano a limare, certo che la scrivania e l’immobilismo forzato non lo aiutavano, si era anche comprato dei pesetti e qualche attrezzo per riuscire a fare un po’ di esercizi anche in ufficio, e insomma in quell’anno arrivò a perdere una quindicina di chili, aveva imparato a regolarsi nel mangiare e si vedeva proprio che stava meglio, non che fosse diventato magro (non lo sarebbe diventato mai, magro) ma almeno si era un bel po’ asciugato, per così dire, e posso solo immaginare cosa avrà pensato la volta che lo chiamarono e lui pensava che lo facevano per congratularsi e ridargli il suo posto e invece gli parlarono di contingenze che imponevano decisioni e che il comparto segreteria e amministrazione sarebbe stato ridimensionato, e lui lì avrà provato a dire che quello lì non era mica il suo comparto, che ce lo avevano messo loro, lì, ma niente, avevano tirato una riga e il suo nome era lì sotto, cosa vuoi stare a far storie, lui che era così bravo a convincere la gente, quella volta non riuscì a dire niente.
Quella sera lì fu la prima volta, forse l’unica, che lo vidi stare veramente male. Per una settimana o due non venne a correre, poi riapparve e mi sorpresi molto nel vedere che la voglia non gli era passata, anzi sembrava averne più di prima. Io avrei presto cambiato lavoro e città , stavo per cominciare una cosa nuova e avevo l’entusiasmo a mille, entusiasmo che davanti a lui cercavo di nascondere, ma invece era lui che mi faceva domande, che mi spronava, che mi diceva Bello, son proprio contento, grande e si vedeva davvero che era contento per me, forse lo faceva per non pensare a quel mese scarso di contratto che gli restava e poi boh.
Poi sono partito e ho fatto le mie cose. L’ho rivisto sei, sette mesi dopo: io ero in macchina, ero tornato a trovare i miei, e l’ho visto che correva sulla pista pedonale accanto al viale che porta all’ipercoop, lo stesso tratto che facevamo di solito. Avevo detto che non sarebbe diventato mai magro, be’, era magro, tanto che finché non gli son stato accanto, rallentando perché quell’andatura mi ricordava qualcuno, non l’avevo riconosciuto. Mi son fermato, son sceso, lui si è fermato e io ho detto solo Accidenti, poi abbiamo fatto due chiacchiere, lui sorrideva molto, mi disse che era tornato all’università e avrebbe cominciato presto un dottorato, che non era facile ma che si andava avanti, io un po’ timido gli dissi che le cose mi stavano andando molto bene, lui sempre sorridendo mi rispose Lo so, aveva visto delle mie cose sul giornale e anche in televisione, c’era una trasmissione dove mi avevano intervistato, era andata in onda di notte e credevo non l’avesse vista nessuno, lui l’aveva vista.
Non ho idea di quanti chili avesse perso, ma vi assicuro che era impressionante. Se nell’anno precedente era riuscito a perderne una quindicina, in quei sei mesi ne erano spariti almeno due volte tanto. Troppo, veramente troppo, anche facendo tutto lo sport del mondo. Glielo dissi, che non doveva esagerare, ma lui mi disse che stava bene così, che si sentiva bene, e in effetti era vero: sarebbe sembrato un ragazzo normalissimo, magro e in piena salute, a chi lo avesse visto per la prima volta. Lo vidi, come al solito, contento; così non dissi altro. Sbagliai.
Ci rivedemmo qualche mese dopo. Indossava una tuta molto larga, mi pareva ancora più magro. Io avevo le stampelle – cose di legamenti – e lui mi disse che aveva avuto, da ragazzino, un infortunio simile al mio e conservava ancora tutti gli arnesi per la riabilitazione. Insistette per prestarmeli e io gli dissi di sì, volentieri, visto che erano attrezzi specifici e costosi e me li sarei dovuti comprare comunque di lì a poco. Il giorno dopo andai a prenderli. Non avevo mai visto casa sua. Mi accolse sua mamma, Giulio abitava con lei e io fui in qualche modo sollevato dal sapere che non era solo. Mi fece un gran saluto, mi disse che Giulio le parlava spesso di me. Poi lui scese le scale, portando un grosso sacchetto di plastica con tutto quel che mi occorreva. Vuoi bere qualcosa, siediti. No, grazie, ho un po’ di fretta, scusami.
Nei mesi successivi ci scambiammo qualche mail. Era sempre lui il primo a scrivermi: mi chiedeva come andava e io glielo raccontavo, lui non diceva quasi nulla di sé. Quando gli chiedevo come stava, bene, benissimo, rispondeva sempre.
Nell’ultimo messaggio mi disse che aveva bisogno degli attrezzi, quelli per la riabilitazione, e si raccomandava di restituirglieli al più presto. Lessi quel messaggio in un internet point argentino (ero in vacanza) e ricordo che cominciai a rispondergli, forse credetti di avergli risposto, ma le due righe che scrissi furono inghiottite dalla cartella bozze e mai spedite.
Due mesi dopo mi hanno telefonato che Giulio era morto.
Ma cosa è successo, chiesi, e mi dissero che in pratica si era lasciato morire di inedia, non mangiava da settimane, finché poteva aveva fatto finta di niente poi erano iniziati gli svenimenti e tutto il resto e poi lo avevano ricoverato e avevano scoperto che era devastato, nemmeno quaranta chili, pesava, si era chiuso in casa da mesi, non parlava con nessuno, quei pochi che ci avevano provato non ce l’avevano fatta. Ma sua mamma? chiesi. Eh, cosa ti devo dire, non lo so.
Dopo quella telefonata son andato a cercare la sua mail, quella di due mesi prima, quella in cui mi chiedeva indietro le cose per la riabilitazione. Fino a quel giorno mi era completamente passata di mente (e infatti gli attrezzi erano ancora lì, sullo scaffale del corridoio, nello stesso sacchetto di plastica). La lessi parola per parola, tante volte: un ciao e poche parole di circostanza, senza l’ombra di una richiesta di aiuto, nemmeno tra le righe. Nulla che avrebbe potuto far pensare, far presagire, far temere. Mi vergogno a dire che ne fui sollevato.
Sono andato a cercare la mia risposta, che immaginavo dello stesso tono. Volevo sapere quali fossero le ultime cose che gli avevo scritto. Mi accorsi che non gli avevo mai risposto. C’erano due righe, una bozza interrotta a metà e mai spedita.
Sono andato a letto, ma non ho dormito. Ho passato la notte a immaginare la vita di Giulio, i tanti pezzi che mi mancavano, il fatto che non sapessi quasi nulla di lui, come chissà quanta altra gente, forse tutta la gente.
In mezzo a queste cose ho pensato, come avrebbe fatto chiunque, pensieri banali; ho pensato che sono una persona che non sa nulla delle altre persone e che il mio mondo è fatto di persone che non sanno nulla di me, persone che andranno avanti a vivere anche quando sparirò, senza un briciolo di senso di colpa o di imbarazzo per essere rimaste, esattamente come me, adesso che son quasi le otto e non so perché ho voluto scrivere questa storia proprio ora, forse per star meglio, forse per liberarmene, forse perché dovevo, oggi che è passato un anno e come allora non ho dormito tutta la notte, inventerò una scusa per non andare al lavoro, dirò che sto male e non sarà una bugia, in fin dei conti.
Questa è una storia vera, anche se ho inventato tante cose. Giulio non si chiamava Giulio; ma non credo importi.


