Quando Monica piange
La donna è seduta sul marciapiede del binario dieci della stazione di Bologna. Tiene la testa reclinata in avanti, con i lunghi capelli biondi a nascondere completamente la fisionomia del suo volto. È vestita decisamente bene, e non posso fare a meno di notarlo: indossa una giacca leggera, dei pantaloni gessati, una sciarpa nera. Ha la gamba sinistra tesa e la destra piegata, accavallata sotto l’altra. Stringe una piccola borsa tra le mani.
E non si muove. Completamente immobile. Solo qualche sussulto alle spalle, ogni tanto, come tremasse di freddo (ma la giornata è decisamente mite). La gente le passa accanto dispensando sguardi compassionevoli o disgustati, dei quali lei comunque non può accorgersi. Un paio di viaggiatori in attesa di salire le battono sulla schiena, le chiedono se stia bene: lei fa cenno di sì con la testa, sempre senza mostrare il volto. Forse risponde anche qualcosa, ma non posso saperlo.
Sono su un treno in sosta, che da un minuto all’altro ripartirà. Il mio finestrino è proprio davanti a lei. Non posso fare a meno di guardarla. Potrebbe avere vent’anni, o quaranta. Non penso sia ubriaca: dai brividi violenti e improvvisi, potrebbe più facilmente essere una tossica in astinenza. Potrebbe anche essere in perfetta salute, semplicemente molto triste o molto arrabbiata o molto stanca, desiderosa soltanto di abbandonarsi. Ma qualcosa mi dà la sensazione che lei sia cosciente, perfettamente consapevole di quel che sta facendo. La sua posizione decisamente scomoda, lo sforzo che sicuramente sta facendo per mantenerla. E per non farsi vedere in faccia.
Un ragazzo con la barba, visibilmente preoccupato, è il più perseverante nel tentare di rivolgersi a lei, ma non ottiene altro che un cortese ma eloquente gesto a pregarlo di non insistere. Mentre quello si allontana, lei appoggia la borsa davanti a sé: piuttosto distante, quasi non se ne curasse più. Poi sembra ripensarci, la recupera, tira fuori una sigaretta e l’accende. La vedo tirare poche e rapide boccate, muovendosi il minimo indispensabile, sorprendendomi dopo pochi istanti a contare le pieghe della sua giacca, tanto la sua presenza ha invaso i miei pensieri. Dove nascono tante domande destinate a non avere risposta.
Un paio di dipendenti delle ferrovie si avvicinano, e uno dei due le batte garbatamente sulle braccia, che adesso tiene conserte. Non ottenendo risposta, i due scambiano qualche parola tra di loro, poi il più giovane si incammina verso il vicino sottopassaggio. L’altro continua a rivolgersi a lei, sempre con discrezione. Si intuisce che si scambiano qualche parola, ma lei si ostina a non mostrare il proprio volto. L’uomo non insiste.
Passa meno di un minuto. Dalla rampa del sottopasso esce un’agente di Polizia. È una donna, sui trent’anni, piuttosto disinvolta e con un bellissimo sorriso. Si china davanti alla sconosciuta, le appoggia una mano sulla spalla e dice qualcosa che non posso sentire. Lei si accorge di chi ha di fronte, forse è impaurita. E finalmente alza la testa.
È una ragazza, o comunque poco più di una ragazza. È molto bella, il viso dolce quanto triste. È evidente che sta trattenendo le lacrime, tuttavia abbozza un sorriso, forse in risposta a una frase spiritosa. Tra le due donne, facile accorgersene, si è stabilita una certa intesa: non c’è voluto molto, e in qualche modo mi sento sollevato anch’io. Poi le distanze si ristabiliscono: la vedo rovistare nella borsa e tirare fuori la carta d’identità, che porge all’agente. Dal finestrino proprio dietro a lei posso distintamente leggerne nome e data di nascita, tanto il caso ha voluto collocarmi vicino alla scena.
Ora so come si chiama, quanti anni ha. Potrei persino rintracciarla, se volessi. Ma continuo a non sapere nulla di lei, della sua tristezza così fiera, così decisa e misteriosa. La domanda più banale ha avuto risposta: le altre se le porta via il treno, che puntuale si avvia verso Ancona restituendomi alle personali, quasi confortanti frustrazioni di ogni giorno.
che bello, stark. avrei voluto essere la poliziotta. mi sarebbe piaciuto abbracciarla. o, almeno, provarci. o, non riuscendoci, guardare in silenzio. come, sensibil mente, hai fatto tu.
bentornato.
manu | 15.32, 27 aprile 2004
Grazie.
stark | 01.37, 28 aprile 2004
Ciao, Stark. E’ bello tenere gli occhi dell’anima aperti, come fai tu. Si vedono molto spesso bellissime cose; altre si immaginano soltanto, ma son sicura che anche quando immaginiamo soltanto, spesso ci avviciniamo alla verità. Bentornato, anche da parte mia
sabrina | 09.05, 28 aprile 2004
Di poche cose ci accorgiamo, stupendoci ogni volta. Di tante non ci rendiamo conto: ché forse accorgersi di tutto sarebbe insopportabile. Ma anche immaginare è bello, tanto. Un abbraccio.
stark | 23.11, 29 aprile 2004
Bentornato e bentrovato con questo bellissimo post!
silicea | 18.03, 30 aprile 2004
Urca!
grazie Sili.
stark | 11.33, 2 maggio 2004