Archive for marzo, 2006

A lovestruck Romeo

Qualche anno fa Paolo Rossi e Riccardo Piferi portarono nei teatri, magari a qualcuno che legge è capitato di assistervi, una versione di Giulietta e Romeo un po’ particolare. La formula di questa bizzarra rappresentazione della tragedia di Shakespeare prevedeva infatti che i ruoli chiave venissero affidati a persone reclutate a caso tra il pubblico, con il comico e la sua compagnia ad orchestrare, spesso e volentieri accentuandolo, il disagio degli attori improvvisati.

Quella sera, nel piccolo foyer del Teatro Comunale di Ferrara, fui intercettato da uno dei membri della compagnia. Mi chiese se per caso avrei voluto e io ma sì vediamo che succede. Così, appena il tempo di prender posto in piccionaia, vedo Paolo Rossi che sbuca dal sipario e comincia a chiamare sul palco, uno dopo l’altro, gli spettatori scelti come protagonisti, associandoli seduta stante ai ruoli che sarebbero stati chiamati a interpretare.

Con mio grande sbigottimento il mio nome fu pronunciato per ultimo, quando di personaggi ce n’era rimasto uno solo, e non esattamente marginale. In pochi secondi ero sul palcoscenico, a quel punto altro non potevo fare: alla fine, fortunatamente, fu più divertente che imbarazzante. Eccezion fatta per la scena del bacio a Giulietta, interpretata da una ragazza molto bella che non avevo mai vista prima (il cui fidanzato, canzonato lungamente da Paolo Rossi, sedeva in prima fila): lo spietato capocomico pretese tre tentativi, ma la scena fu portata a termine in maniera tutto sommato plausibile e senza feriti.

Oggi, mettendo in ordine un po’ di vecchie cianfrusaglie, ho ritrovato il biglietto di quella sera. Mi dispiace non avere altri ricordi tangibili, come fotografie o filmati, di questa singolare esperienza. Anche perché, dal palcoscenico, non è che me lo fossi goduto granché, lo spettacolo.

Nazionali col filtro

Apprendo che le più blasonate squadre di calcio europee avrebbero fatto causa alla Federazione Internazionale, chiedendo un congruo risarcimento “retroattivo” in merito all’impiego dei calciatori in gare tra rappresentative nazionali.

Questi, in sostanza, i punti chiave dell’accusa. Le società rivendicano di essere le uniche ‘proprietarie’ dei calciatori e pretendono di essere indennizzate per i periodi di indisponibilità dei medesimi dovuti alla convocazione nelle rispettive nazionali; per non parlare poi degli infortuni, che possono costringere gli atleti a lunghi periodi di inattività senza che al club di appartenenza venga corrisposto alcun risarcimento. L’offensiva legale, che non ha precedenti, è massiccia e le richieste (relative agli ultimi dieci anni) non sono da meno: cinquanta milioni a squadra, mica bruscolini.

Che dire? Forse ci starebbe bene una tirata nostalgica sul calcio che non c’è più, sul dio denaro che ha rovinato tutto e i valori dello sport che vanno a ramengo. Ma non ho voglia di farla. Mi metterebbe tristezza.

Ma sì, forse si risparmierebbero tanti problemi a lasciar comandare chi, in effetti, già comanda. Lasciamo che questi gloriosi club si facciano il campionato tra di loro, altro che perder tempo con le squadrette del quartiere. Lasciamoli giocare le loro partite in Libia, negli Stati Uniti, sulla luna. Soprattutto, lasciamo che decidano se, quando e a che prezzo concedere i loro calciatori alla nazionale. E se poi non ci si può permettere Buffon, c’è sempre Fontana che il suo dovere lo fa ancora benissimo.

Possiamo ancora tornare indietro? Forse sì. Basterebbe che i tifosi dotati di buon senso… sì, buonanotte. Mi sa che siam spacciati.

Ma che bella personcina

Da mezza giornata buona Ansa.it non trova di meglio che spiattellare in homepage una notizia inutile e irrilevante, che tuttavia non sono riuscito (voi ce l’avete fatta? bravi) a trattenermi dal commentare.

Leviamoci questo dente, dunque: un personaggio recentemente salito ai disonori della cronaca per note vicende giudiziarie ha annunciato di volersi dare al porno. Visto che la persona in questione è accusata di averlo messo in quel posto a centinaia di persone, in un certo senso possiamo dire è che giustizia sarà fatta. No, dai, questo è umorismo di bassa lega, avete ragione. Dice che vuole rifarsi una verginità, ah ah ah. D’accordo, d’accordo, basta. Non è giusto. Ognuno è padrone della propria vita, e non spetta a noi puntare il dito sulle scelte altrui. In fondo esercitare la ciarlataneria allo scopo di minacciare ed estorcere denaro ad anziani e ammalati per poi sfruttare la visibilità garantita dal processo per lanciarsi nel cinema a luci rosse è un lavoro come un altro, e in questi tempi bui solo un moralista da strapazzo può permettersi di sottilizzare. E poi chi siamo, noi, per giudicare? Certo, questa donna ispira una tale antipatia che al suo confronto Pinochet pare Fiorello, ma non bisogna fermarsi alle apparenze. O almeno, non si dovrebbe.

Però qui si parla di porno, e allora il discorso cambia. Perché signori, la tizia in questione è un autentico cesso, e visto che non mi risulta che in giro scarseggi il materiale per pippe, mi chiedo a chi possa giovare tutto ciò. Oh, al mondo esiste gente che si eccita guardando persone che si cagano in faccia (questa l’ho scritta aspettandomi mirabilie nel prossimo report sulle chiavi di ricerca, perdonatemi), quindi non ci sarebbe da stupirsi se le sue pellicole andassero a ruba. Resta il fatto che questa mossa così impopolare, nel bel mezzo di un processo nel quale le cose non sembrano mettersi benissimo per lei, non può essere stata decisa a cuor leggero: ci deve per forza essere qualcos’altro che bolle in pentola. Secondo me mira alla Legge Bacchelli.

Senza mai nominarlo

Il commovente giro di campo che ha chiuso la carriera di Demetrio Albertini è stato un esempio lampante di par condicio: la regia di Retequattro, lungi da ogni tentazione di utilizzare il palcoscenico di San Siro per vigliacchi fini propagandistici, ha dato dimostrazione di assoluto equilibrio alternando con cronometrica regolarità inquadrature del glorioso centrocampista del Milan a primi piani di un sorridente tifoso un po’ avanti con gli anni, dalla fronte spaziosa e la statura non propriamente eccelsa.

Dopo le interviste di rito agli illustri convenuti (con una memorabile gaffe di Mino Taveri, che chiede a van Basten un ricordo dei momenti più memorabili della storia bianconera, tirandosi addosso bordate di fischi) la ribalta, ovviamente, tocca al protagonista della serata. E quello, ancora asciugandosi le lacrime, chi ringrazia? Gli allenatori, i compagni, la famiglia, i tifosi? No, l’ultimo e più sentito pensiero va «al nostro Presidente» che ha saputo guidare la squadra alla conquista di innumerevoli successi.

E le telecamere tornano, con un lungo primo piano, a sottolineare il sorpreso compiacimento del diretto interessato, mentre l’applauso dei trentacinquemila del Meazza si fa tanto scrosciante da regalargli, per un attimo, l’illusione di essere a Porta a porta.

Per convincerti ho due minuti

Questa mattina, mentre ero in auto alla volta di casa, una signorina di GR Parlamento mi ha fatto il gentile favore di leggere per intero gran parte degli editoriali dei quotidiani di oggi, dedicati ovviamente al confronto televisivo che tutti sappiamo. Le opinioni più diffuse non si discostavano molto dal classico finale di Casa Vianello: che noia che barba, che barba che noia.

In mezzo a tutta questa noia, la cosa più saggia l’ha detta forse Curzio Maltese: «Berlusconi e le regole non sono compatibili». In effetti, con due minuti e mezzo a disposizione per rivolgersi all’elettorato, utilizzare metà di quel tempo per contestare -ripetendosi per l’ennesima volta- le regole del dibattito appena svolto sarebbe una scelta suicida in qualsiasi paese del mondo.

Da noi, probabilmente, non sarà così. A casa nostra l’idea di dibattito politico si fonda su capisaldi ben chiari, dai quali non possiamo prescindere: soliloqui tracimanti, sarcasmo fuori luogo, interruzioni a cascata e altri dispettucci da terza elementare. Il tutto preferibilmente alla presenza di uno o più ospiti che non c’entrano niente, ai quali dare la parola quando è il momento di stemperare la tensione.

Ovvio che davanti a un confronto che si proponesse di evitare, mediante regole ben precise, simili comportamenti ci si potesse annoiare, esattamente come la lotta grecoromana risulterebbe una rottura di palle infinita agli occhi di un amante del wrestling.

Perciò, se siete persone che tendono ad annoiarsi durante un dibattito politico, state tranquilli: siete perfettamente normali. Ma se siete giornalisti e ritenete doveroso esternare la vostra noia sulla prima pagina di un quotidiano nazionale, forse è il momento di farsi da parte e occuparsi di qualcosa d’altro. Perché ieri sera siamo stati messi, tutti quanti, alla prova. Liberi da qualsiasi motivo di distrazione saremmo stati capaci, semplicemente, di ascoltare? Oppure tutto questo egualitarismo sarebbe andato stretto anche a noi, che per tradizione in qualsiasi disputa tendiamo a parteggiare per il più simpatico dei contendenti? Pensateci. E se non avete capito la domanda, tornate pure a guardare Biscardi.

If I had my way

La cosa che mi ha maggiormente impressionato del confronto di ieri sera tra Berlusconi e Diliberto è che, mentre la claque di quest’ultimo era composta da persone di aspetto ed età variabili, gli applauditori del Presidente erano assolutamente uguali l’uno all’altro: tutti o quasi maschi, intorno ai trent’anni, vestiti e incravattati (allentate il nodo, ragazzi, lasciate passare un po’ di sangue) allo stesso modo. Immagino che il loro sia puro volontariato, tutt’al più sarà compreso nel contratto di uno stage Mediolanum. Io ho un po’ paura, pare un incrocio tra L’attacco dei cloni e Biancaneve e i sette nani. O anche il film di The Wall, quella scena in cui i bambini cadono nel tritacarne. Ma sono solo echi della mia mente deviata, state tranquilli.

Scoperte

Sapete? Non è affatto male, la senza senza rum.

Dovrebbero commercializzarla.

Avevo gi

Qualche secolo fa scrissi un post un po’ stizzito (notate la tripla allitterazione carpiata, razza di bifolchi) nel quale manifestavo il mio assoluto scetticismo nei confronti dell’astrologia e di tutte le pseudoscienze che si propongono di fornire chiavi di lettura volte a delineare a priori inclinazione ed avvenire degli individui.

Lamentavo inoltre l’invasione del piccolo schermo da parte di sedicenti e talvolta narcisisti astrologi di ogni risma, generalmente riveriti come semidei da presentatori sempre pronti a enfatizzare i loro vaticinî astrali senza mai avanzare il minimo dubbio sulla loro attendibilità. Soprattutto contestavo aspramente il fatto che questa invasione non avesse affatto risparmiato la televisione pubblica, per mantenere la quale ogni utente è costretto a sborsare un canone non indifferente che, a mio modo di vedere, non dovrebbe certo essere utilizzato per foraggiare personaggi (astrologi e lottologi in primis) la cui unica funzione è quella di alimentare superstizioni e false illusioni.

Qualche giorno fa, un appassionato navigatore si è imbattuto nel post; i suoi commenti, pur condividendo la mia repulsione per l’astrologia “televisiva”, ne contestano aspramente le premesse. Egli lamenta come il sottoscritto, nella sua «cecità ottusa e limitata», abbia un’opinione «palesemente deviata da influenze mediatiche commercialoidi»; etichetta inoltre come «una forma di diseducazione sociale» l’aver manifestato il mio scetticismo nei confronti di una disciplina la cui scientificità sarebbe al contrario avallata da «secoli di osservazioni dagli esiti sempre più precisi, facilmente riscontrabili con un minimo di ricerca».

Sorvolando sui toni, ho trovato le sue obiezioni un po’ confusionarie. Un conto è affermare, cosa innegabile, che le fasi lunari abbiano influenza su una quantità di fenomeni naturali; tutt’altro paio di maniche è pretendere di risalire ad attitudini e dettagli della vita dei singoli individui basandosi sulla configurazione di pianeti e corpi celesti al momento della nascita. Non nego che, negli anni, siano state divulgate statistiche (ma la statistica, per chi non se ne intende, è terreno pericoloso) in grado di avvalorare questa tesi, ma nella mia ottusità ritengo molto più attendibile questo studio (è un po’ lungo, ma vale la pena leggerlo) da cui emergono conclusioni leggermente diverse.

Sia ben chiaro, io non voglio convincere nessuno. Rispetto, senza condividerla, l’idea del mio commentatore (anche se poi leggo «potrei dirti perfino cosa ami mangiare e descriverti i dettagli dei tuoi sogni notturni più frequenti e altre mille sfumature» e mi è abbastanza difficile rimanere serio): siamo tutti liberi di credere all’esistenza dei fantasmi o al buco di Tremonti, come possiamo essere convinti che entità astrali lontanissime siano in grado di influenzare la nostra vita. Certo è che nessuna di queste teorie, fino ad oggi, ha resistito a un’analisi scientifica: non mi sembra pertanto giusto accusare di cecità e ignoranza chi manifesta convinzioni opposte. E voi che passate di qui non fate finta di niente, ché mi piacerebbe proprio, sapere che ne pensate.

[Guarda tu quanto mi è toccato scrivere. Io volevo solo prendere per il culo chi crede a Paolo Fox.]

Big balloons on Bologna street

Visto che questa mattina ho scoperto che scrivere può anche far male (meglio fare attenzione, quando si afferra un bicchiere con la stessa mano con cui si sta tenendo una penna) ho approfittato per mettere un po’ d’ordine nel mio Flickr, taggando e titolando un bel po’ di foto vecchie (operazione già di per sè faticosa, figuriamoci quando non ti ricordi dove le hai scattate) e aggiungendone qualche altra ripescata dal passato più recente.

Come quel pomeriggio dello scorso settembre, quando guardando fuori dalla finestra vidi questo: un cielo affollato di palloni aerostatici, colorati e sospesi, ammalianti nei loro movimenti appena percettibili. Ne ignoravo il perché ma ricordo benissimo che, per qualche strana e infantile ragione, la cosa mi mise decisamente di buonumore.

Il Gatto debutter

Bloggare occupa tempo, tuttavia ecco Gattostanco annunciare (dissertando indecifrabilmente)
l’ennesima trovata. Trepidiamo. Una rinascita attesa?

Intanto Giavasan ci fa conoscere i suoi eroi. Il post, come la foto a cui rimanda, è fantastico e illuminante, di quelli che per un istante ti restituiscono la fiducia nell’umanità (come i fumetti di Watterson, del resto). Almeno finché non ti capita di guardare Sanremo.

Massimo torna a postare e lo fa, anche lui, in maniera ben poco esplicita. Ha preso a prestito una poesia per farci capire come sta. Il che mi ha ricordato subito quel racconto di Borges in cui un tizio decideva di riscrivere interi capitoli del Don Chisciotte adattandone stile e contenuti al proprio tempo e alla propria esperienza, pur senza cambiarne una virgola. Che poi il Don Chisciotte è anche il libro che sta leggendo Louie. Curioso.

Cat, e da un bel po’, ha cambiato nome sul citofono (condòmini disattenti, aggiornate i vostri link). Mi pare di capire che le cose ultimamente non le vadano troppo male. Del resto la nascita del cuore è un processo continuo, no?

Poi c’è Eìo, che in elegante ritardo (vedi che a fare più di una cosa alla volta ci si distrae) si accorge che il Bartezzaghi ha segnalato nella sua rubrica l’esplosione del fenomeno ditloidi, alla cui diffusione entro gl’italici confini l’ottimo Andrea ha dato il contributo decisivo. Piccolo effetto collaterale, le notti insonni trascorse davanti a Google da migliaia di cazzeggioni da web, compreso il sottoscritto (da qualche giorno c’è un nuovo test ma non lo linko, non voglio neanche guardarlo. Non ci casco più).

Concludo con la Fran, che mi perdonerà se non riesco a non parlarne, e se non mi perdonerà, pazienza. Ché io voglio dire, una persona così la vorremmo tutti, accanto. Una di quelle persone a cui ti basta parlare dieci minuti per far loro guadagnare la tua fiducia incondizionata. Sarà anche vero che il dolore degli altri è dolore a metà ma a me quella metà brucia in maniera terribile, sbigottita di sapere che ci sono persone di una tale forza d’animo al cui cospetto non si può che sentirsi piccoli. La Fran gli farebbe un culo così, a Chuck Norris.

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