Le vite degli altri
Scozzabighi è un ragioniere che lavora all’ufficio postale.
Ogni giorno, di nascosto dai colleghi, Scozzabighi apre una busta tra le mille che gli passano davanti. Non la sceglie mai a caso, ma bada sempre che si tratti di una lettera vera, o almeno una che da fuori ne ha l’aria; una lettera di quelle che cominciano con Caro Giovanni oppure Adorata Lisa, di quelle che se ne mandano sempre meno. Scozzabighi apre la busta con un taglierino, poi quando nessuno guarda va alla fotocopiatrice. Copia tutte le pagine, se ce n’è più d’una, e a volte anche fotografie, poi nasconde i fogli sotto la giacca. Rimette la lettera in una nuova busta, la riaffranca, infine si mette lì con l’altra busta vicino e riscrive l’indirizzo (han sempre l’indirizzo scritto a mano, le lettere che apre) cercando di imitare la calligrafia della busta. Questa cosa di imitare le scritture degli altri in genere gli riesce molto bene e lo diverte moltissimo. Poi rimette la busta nuova in mezzo alle altre.
La sera arriva a casa e mette tutto in un archivio, fatto di raccoglitori ad anelli e buste di plastica, con cui cataloga cronologicamente tutte le lettere. Fa così da sedici anni. Certe sere apre a caso uno dei raccoglitori e tira fuori una lettera, poi si infila a letto e la legge prima di addormentarsi.
Ha le sue preferenze, Scozzabighi: spesso va a cercare la lettera dell’otto settembre novantacinque, quella di una ragazzina che scriveva al suo moroso dell’estate, conosciuto in vacanza a Sirolo. Quando ha voglia di ridere sceglie le più sgrammaticate, oppure quella che lui chiama la lettera dell’avvocato: una minaccia di citazione di cinque pagine, scritte con prosopopea ottocentesca.
Da qualche parte ha anche la lettera di un aspirante suicida, che rivelava a un amico di volerla far finita. Non sa (non ha mai voluto sapere) se si fosse ucciso davvero, ma non ci crede. Chi vuole morire, chi ha già deciso, non chiede di essere salvato.
Un giorno Scozzabighi vede una lettera per una persona che conosce. O meglio, ne ha il sospetto; l’indirizzo gli è sconosciuto, ma il nome e il cognome li conosce bene. Potrebbe anche essere un’altra persona che si chiama così, pensa lui. La fotocopia e resiste alla tentazione di leggerla già in ufficio. Arriva a casa, si toglie il soprabito in fretta, tira fuori la lettera e comincia a leggere. Quella sera non cena, Scozzabighi, e nemmeno va a dormire; arriva l’alba ma lui non se ne accorge, chino sul divano, la testa tra le mani, sembra che pianga.
bellissimo. Due volte. Bellissimo
chiaratiz | 10.15, 1 luglio 2009
in cauda venenum. molto bella.
vix | 10.32, 1 luglio 2009
mmmh…
fabio | 11.03, 1 luglio 2009
Devi andare avanti o ti metto teste di cavallo sul letto.
Paul, the wine guy | 11.04, 1 luglio 2009
Scozzabighi è la perfetta versione italiana di Ivan Ivanovic
Reloj | 11.13, 1 luglio 2009
madonna… te scrivi poco però ecco poi uno torna a rileggersi la stessa cosa per delle settimane ed è bellissima sempre. forse diventa più bello domani questo post sono sicura che tra una settimana sarà ancora più bello di oggi.
sid | 11.34, 1 luglio 2009
Bella… Potrebbe essere una lettera indirizzata a lui stesso, lui si era trasferito e il suo lui (si, era gay, scozzabighi) non aveva l’indirizzo nuovo.
Simone Brunozzi | 12.14, 1 luglio 2009
Ecco io concordo col vignaiolo: DEVI-CONTINUARE-QUESTA-STORIA.
Pasquale | 12.52, 1 luglio 2009
se continui questa storia sei un pazzo e credo che tu lo sappia
chiaratiz | 18.06, 1 luglio 2009
oh ma lo sai che mi sono venuti i peli dritti sulle braccia? io tra un poco vado a dormire ma guarda che domani mi piacerebbe un casino vedere come va a finire.
olandese aspirante | 21.02, 1 luglio 2009
secondo me va a finire così
chiagia | 21.23, 1 luglio 2009
… gian ancora…
paola banana | 21.34, 1 luglio 2009
perchè andare avanti, hai già raccontato tutto.
marchino | 23.04, 1 luglio 2009
vacca boia che scoperta è molto bello leggerti.
grazie prego scusi tornerò
tonnio's | 08.01, 3 luglio 2009
Nelvis scrive (17.16):
*Mi pare di capire che sia una lettera col suo nome
L’Ailurofilo scrive (17.16):
*Si, esatto
Nelvis scrive (17.16):
*Lui vive vivendo le vite degli altri
*Perdona il gioco di parole
*E leggendo la sua vita
*Piange?
*OH FORSE HO CAPITO
L’Ailurofilo scrive (17.16):
*Credo che il finale sia di libera interpretazione
*Alal fine tutti pensiamo allo stesso range di ipotesi
Nelvis scrive (17.17):
*Non so
*Mi vengono in mente altre cose
*Ma questo finale rimane il più realistico, per me
*Altre opzioni? °°
L’Ailurofilo scrive (17.17):
*Spara
*Ah ecco
Nelvis scrive (17.17):
*Niente, che legge la sua vita
*E quindi è disperato
*Perché lui non vive
L’Ailurofilo scrive (17.17):
*E la presa di coscienza lo manda in panico?
Nelvis scrive (17.17):
*Secondo me sì
*Affronta la realtà
Che dici, noialtri ci si è preso?
Nelvis | 16.26, 6 luglio 2009
Nelvis, è un’interpretazione bellissima, che ci abbiate preso o no (non lo so nemmeno io). E’ questo il bello di lasciare i finali aperti
stark | 08.53, 8 luglio 2009
Magari scopre invece di aver fatto del male a qualcuno a cui tiene, o teneva, che lo racconta a qualcun altro con quella lettera…
Magari scopre che la persona che ha amato tanto, e a cui non ha mai rivelato il proprio amore, lo ricambiava, ma ormai tutte e due hanno preso strade che li ha portati troppo distanti…
Magari…
Bello, Shark… se mi fai rimuginare su millemila finali, significa che è BELLO.
(Ho detto.)
Peppermind | 13.39, 9 luglio 2009
E’ il bello dei finali aperti, pur sapendo che non c’è alcun finale a priori, ti portano a pensarne uno e quindi chi legge non subisce solo la lettura ma diventa attivo cercando di immedesimarsi in quel personaggio e nella storia allo scopo di capire cosa possa averlo sconvolto.
Bella storia ;D
L'Ailurofilo | 21.21, 10 luglio 2009
Il tuo finale aperto ne “Le vite degli altri” mi ha fatto venire in mente l’explicit di un racconto di Borges: L’Aleph – “La ricerca di Averroè”, che rileggevo l’altra notte:
…“Sentii, giunto all’ultima pagina, che la mia narrazione era un simbolo dell’uomo che io ero mentre lo scrivevo, e che, per scriverla, avevo dovuto essere quell’uomo, e che, per essere quell’uomo, avevo dovuto scrivere quella storia, e così all’infinito. (Nell’istante in cui cesso di credere in lui, Averroè sparisce).
Gran bella similitudine, ma la tua storia è più corta e per questo più avvincente.
)
NostraDannus | 23.00, 16 luglio 2009
io come tonnio’s.. solo userei URCA al posto di vaccaboia!
serola | 17.48, 3 agosto 2009