Questo viaggio chiamavamo amore
Quest’anno, questo duemilanove qua che sta per finire, oltre a essere l’anno in cui ho compiuto trent’anni, ho firmato il mio primo vero contratto di lavoro e mi sono rotto i legamenti della caviglia sinistra, è stato un anno che ha preso la mia vita e l’ha rovesciata tante di quelle volte da farle fare due o tre giri completi, e adesso mi sa tanto che sono in quel momento che la centrifuga è finita però la lavatrice ancora non si riesce ad aprire.
(E ti chiedi se l’acchiappacolore avrà funzionato o se avresti fatto meglio a farne due o tre, di lavaggi)
Nell’ultimo anno ho scritto pochissimo. Praticamente niente. Tutte le energie che ho riversato su internet le ho dedicate a un blog che si chiama Spinoza, che è diventato molto seguito, mi ha fatto conoscere un sacco di belle persone e ha vinto anche dei premi. Sono contento. Ma non posso fare a meno di pensare che quelle energie lì avrei potuto dedicarle a cose molto più importanti. A farle, a capirle, a programmarle. Ad ascoltare persone che mi consigliavano di chiedere aiuto. A fare contento qualcuno che contava su di me. A imboccare le vie giuste.
Quasi nessuna di queste cose buone e giuste, invece, è successa. E alla fine il conto arriva sempre. Magari a Natale, quando sei lontanissimo dalle persone a cui vuoi bene, e nella solitudine vacilla anche l’orgoglio che hai sempre messo davanti a tutto il resto, e magari capita che scrivi queste cose un po’ compassionevoli, che attirano tanti Pat pat e ti riconciliano col mondo.
(Ve lo dico prima: niente compassione. A parte farmi malissimo alla caviglia, tutto quel che è successo è successo per effetto di pensieri, parole, opere e omissioni deliberate del sottoscritto. Ognuno è fabbro della sua sconfitta, ognuno merita il suo destino)
E bon, ormai son qua, mi tocca spiegar meglio. Qualche settimana fa, invitato come sempre dall’amico Squonk, ho scritto il Post sotto l’Albero. Era una poesia che avevo in testa da un po’ di tempo, quando pensavo a quel che mi stava succedendo e mi son venuti in testa i primi due versi. Rileggendoli in testa ho sentito che avevano questa cadenza così curiosa, quasi da filastrocca, allora sono andato avanti con quel ritmo lì. Non è venuta granché.
* * *
Tentativo di poesia sdrucciola
C’è il mio nome sul citofono
di una casa che non abito
C’è una crepa nell’intonaco
che avrei sistemato sabato
E il gestore telefonico
pensa ancora che il tuo numero
Sia il contatto assiduo e magico
grazie a cui mi autoricarico
Salutarsi dura un attimo
sono cose che succedono.
* * *
Di questo post avevo fatto anche una seconda parte, che è una foto.

Anche quella mi è venuta in mente pensavo a quel che mi stava succedendo: perché nella mia vita, quando quella storia lì è finita (e anzi, a dir la verità , da un sacco prima) c’era una persona che mi voleva bene e me lo dimostrava nella maniera più bella e grande che poteva esistere: aspettando. Perché io in quei giorni lì non capivo niente, non sapevo se ce la facevo, mi cascavano le cose dalle mani. Però lei c’era, c’è ancora. E insomma due o tre mesi dopo, mentre scrivevo quelle parole sulla pagina del taccuino, insieme a me c’era ancora quella persona lì, che mi guardava, e stava ancora aspettando. E io pensavo a lei, quando scrivevo quel Love? nel secondo taccuino, quello in cima alla pagina bianca. Perché pensavo sarebbe stato amore. Ci credevo. Mancava poco, mancava solo un po’ d’ordine in testa. E nello stomaco, e nel cuore. Lei mi aspettava, io mi aspettavo.
Poi dopo, mentre credevo che il nodo che mi rimbalzava in gola da mesi si fosse sciolto, sono andato a prendere le mie cose che erano rimaste nella casa dove ho vissuto nell’ultimo anno. Avevo rimandato per mesi, per mancanza di tempo e di coraggio. Per la prima volta dopo un bel po’ di tempo ho rivisto la persona alla quale, un secolo prima, avevo detto Io ti sposerò e lei mi aveva detto Sì, e tutti e due, in quel momento, ci credevamo con tutte le forze. Ecco, davanti a me avevo di nuovo quella persona lì. Non so se vi è mai successo. Nella mia vita non ho mai pianto tanto come quella sera. Piangevamo tutti e due.
Il giorno dopo ho scritto queste righe, e poi ho fatto una cazzata grossa.
Un sorriso e queste parole. “Anch’io ti voglio bene, ma non ti amo più”. Scatoloni caricati in macchina. Foto, libri, pentole, sei anni di cose inutili, fatte di aria e improvvisamente pesantissime. Si torna a casa, che poi casa non è più, perché l’unica casa che sentivi di avere è quella da cui te ne stai andando. Gli errori che ti si stampano in testa, ora che sei di fronte alle loro conseguenze. La consapevolezza che non ci saranno ripensamenti. Rendersi conto che è vero e che sta accadendo proprio a te. Qualcuno mi porti da qualche parte, un anno indietro, un anno avanti. Ma non qui, non ora, per favore.
E tutto si è rovesciato, ancora, nella mia testa e fuori. Io mi sentivo come se mi fosse cascato un muro dentro, ma un po’ questa cosa mi aveva fatto bene perché subito dopo ho tirato fuori tutto quel che c’era dietro a quel muro, l’ho scritto, l’ho detto tante volte, che amavo, che amo. Che voglio amare, e non un amare generico, ma amare quella persona lì, da volere solo il suo bene da gridarlo al mondo da togliere il fiato. Solo che era tardi, e lei mi ha risposto che aveva deciso di non aspettare più. Me l’ha detto, e a me il mondo m’è un po’ cascato addosso. Poi dopo qualche giorno dopo son successe altre cose, abbiamo passato un po’ di tempo insieme, stavo bene e ho scritto questa cosa qua:
Ieri sera ero in una macchina con una persona, meno male che non guidavo io perché non facevo altro che guardarla negli occhi. Lei per fortuna guardava la strada, ma ogni tanto faceva dei sorrisi, delle smorfiette che io non capivo più niente, e pensavo che è brutto che le macchine bisogna per forza che ci sia qualcuno che le guidi, mentre in un altro mezzo tipo il tram, ad esempio, ci si possono dare un sacco di baci e non c’è nessun pericolo, se non sei l’autista del tram.
Ed è stato in quei giorni lì che ho capito che per me, quest’anno, è stato un anno tipo le fatiche di Ercole, ma Ercole era uno che le fatiche le faceva e bon, sotto con un’altra, invece io son più il tipo che va bene, magari di fatiche alla fine ce n’è due o tre fatte e finite, poi però c’è una cominciata e piantata lì, una che l’ha scansata, quell’altra ha trovato una scusa tipo darsi malato, altre due Scusate tanto che quella sera lì avrei da fare, e insomma te pensi di aver finito ma le fatiche sono ancora quasi tutte lì, e le persone che credevi ti avrebbero amato per sempre se ne sono andate, e allora devi fare il possibile per tenertele strette, le cose, finché ci sono, e non è una cosa da dire tanto per dire, perché non lo sai mai, se resteranno e quanto dureranno.
Che poi scrivo questo post solo per dire che alla fine quella cosa lì io l’ho capita, perché io, quella ragazza lì, avrei dovuto baciarla davanti a tutti cento milioni di volte, avrei dovuto scriverlo qua dentro: ti amo, ti amo, ti amo. Perché io quella ragazza lì
(scrivo queste cose mentre vado da lei, vado da lei senza aspettarmi niente. Perché adesso tocca a me aspettare. Ma ci credo. Ci credo tantissimo. Perché il mio ostinato ottimismo mi fa pensare che le cose giuste, alla fine, succederanno sempre. E che le cose non possono finire prima di succedere davvero. Questo è un inizio. Non è una fine)
io l’ho amata, senza saperlo, dal primo momento che l’ho vista, quando intorno a noi era tutto sbagliato e senza futuro e le fatiche che servivano per raddrizzare le cose io non le ho sapute fare, e adesso lei mi dice che è troppo tardi e io invece penso che insieme siamo perfetti, che possiamo esserlo davvero e per un sacco di tempo e vivere quelle cose fino in fondo e farci investire da quel fulmine che ti entra in testa e ti scaravolta il cervello che si chiama amore.
[...] “Veneto adios”. Ho perso una persona importantissima per la mia vita, un po’ come lui. E’ stato uno schiaffo continuo da parte della realtà e della vita, che mi hanno temprato [...]
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